Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 06: Divinit.


Titolo originale: The Enchanted World 06: Gods and Goddesses. 1986
Traduzione e adattamento di: Lucia Fanelli.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Odino, Zeus, Ra; tutti insieme appassionatamente. Le leggende, le epiche imprese e le disgrazie cosmiche di ogni divinit dei pi svariati pantheon. Guida dettagliata al faticoso mestiere di essere un dio..
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
Le Divinit del Nilo.
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Capitolo Due.
Le passioni dell'Olimpo.
La Morrigan: Regina Spettrale della Guerra.
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Capitolo Tre.
Gli Abitanti dell'eternit.
La Rinascita dello Splendore.
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Capitolo Quattro.
I fieri Dominatori di un Mondo Antico.
L'Inesorabile Destino.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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Le Divinit' del Nilo
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Vi fu, in un tempo antichissimo, un paese che gli dei in persona governavano, una terra felice e misteriosa, culla della magia e patria del sole: l'Egitto. L, il faraone era egli stesso una divinit, il discendente di una dinastia nata con la Creazione.
Il faraone era l'incarnazione di Ra, il patriarca solare, di Horus, il dio dalla testa di falco, e di Osiride, signore degli inferi. Egli era per i suoi sudditi fonte di vita, custode della fertilit della terra e signore del Nilo. Sotto questa dinastia, l'Egitto fior.
In questo impero protetto dagli dei, tutto era possibile; gli scribi reali incisero sulla roccia le imprese militari del grande Egitto, che conquist le terre degli Ittiti e degli uomini di Kush. Sugli imponenti obelischi di pietra dei templi di Luxor e Karnak, gli scultori immortalarono i profili dei loro signori; sotto la luce fioca delle lampade a olio, gli artisti dipingevano la vita e le imprese dei sovrani sulle pareti delle imponenti stanze mortuarie, cos che ogni notte, aprendo la porta dorata del sarcofago, l'anima alata del defunto poteva leggere e ricordare la storia della propria vita.

Nella terra d'Egitto i mortali non vivevano nel terrore, poich gli dei che vi regnavano avevano sconfitto la morte, e avevano donato all'Egitto l'eternit.
La prima delle divinit reali fu Ra, signore e creatore di tutte le cose, padre del sole e patriarca della pi gloriosa dinastia di dei.
Ogni giorno Ra attraversava il cielo su una nave scintillante, la Barca di Mille Millenni, e di notte solcava le acque oscure dell'aldil a bordo d'un vascello dalla prua di serpente, con un equipaggio di stelle.
Un giorno per, mentre Ra riposava nel suo palazzo sulla collina della Citt del Sole, qualcosa lo mand su tutte le furie. Fastidioso e irritante come un ronzio di mosche, gli venne all'orecchio il mormorio sommesso dei lamenti dei suoi sudditi.
"La luce che fai splendere su di noidicevano " troppo calda, e i raggi cocenti del sole di mezzogiorno bruciano la nostra pelle morbida. Inoltre, o sovrano, quella palla di fuoco sorge molto presto al mattino, quando i lavoratori assonnati vorrebbero riposare ancora un po', mentre di sera scompare velocemente, lasciando gli uomini in preda a sciacalli, serpenti e altri predatori notturni".
Immensa era la potenza del sole di Ra, travolgente e furiosa; ma ancor pi furiosa fu allora la sua collera, di fronte all'ingratitudine dei mortali. Immobile sotto l'obelisco di granito al centro della reggia, Ra lasci vagare lo sguardo sul mondo che lui stesso aveva creato.
La piena dell'immenso Nilo inondava i campi a occidente, ridando vita alle coltivazioni e prosperit ai contadini.
A settentrione, nei canali e nelle pianure allagate del delta del fiume, le vele bianche delle chiatte solcavano le acque, e gli alberi di fico, le acacie e le palme da dattero crescevano rigogliose. A sud, un formicaio di schiavi era al lavoro nella necropoli, trascinando mastelli di malta e ceste di mattoni per la tomba di qualche grand'uomo.
Ra oltrepass la pianura verde e pos lo sguardo sulla lontana distesa di sabbia, dove era negata ogni forma di vita.
Il popolo sapeva troppo poco del suo immenso potere: aveva dato la vita per la sua gente, impiegando le energie pi segrete del suo profondo per animare del soffio vitale le loro membra, e ora avevano il coraggio di rivoltarsi contro di lui.
Disgustato dall'ingratitudine dei mortali, preso dalla rabbia e dal dolore, Ra si strapp un occhio dall'orbita e lo scagli contro il cielo.
Rimase impassibile, insensibile alla sofferenza di quella mutilazione, a guardare l'orbita incandescente sfrecciare nell'aria come fosse un essere vivente dotato di volont.
Sotto quello sguardo, i volti dei mortali si contrassero in orribili smorfie di terrore: l'occhio d'oro, compiendo infinite evoluzioni, s'andava trasformando in una da feroce, pronta a distruggere tutto ci che incontrava sulla sua strada.
Il suo nome era Sekhmet, e cercava la vendetta; ovunque posasse lo sguardo, provocava morte e distruzione. Assetata di sangue, succhiava la linfa vitale delle sue vittime abbandonandole poi senza vita sulle rive dell'immenso fiume, e proseguiva la sua corsa assassina. L'intera razza umana era in pericolo. Di fronte alla catastrofe, Ra si pent della sua ira: aveva voluto punire le sue creature, non annientarle. Sekhmet continuava invece a seminare morte e terrore, e il dio sole escogit un espediente per arrestare la furia omicida della divinit, furia che lui stesso aveva scatenato: conoscendo la sua sete di sangue, prepar una birra d'orzo rosso alla quale aggiunse una polvere di mandragola, la radice che urlava quando veniva strappata dalla terra. Il liquido scarlatto aveva l'aspetto e l'odore del sangue.
Ra ne sparse a piene mani sul terreno, creando un fiume che difficilmente sarebbe sfuggito allo sguardo indemoniato di Sekhmet. Cos fu: appena la dea vide quel serpente rossastro gli si avvicin, ne annus incuriosita l'odore e bevve avidamente fino all'ultimo goccio. Riprese poi la sua folle corsa sulla terra d'Egitto, ma presto cominci a barcollare, cadde a terra e s'addorment profondamente.
Al risveglio la testa le scoppiava e gli occhi le bruciavano, ma la sete di sangue era placata: Ra aveva salvato i mortali da quella fine atroce.
Certo, il potere di Ra s'era confrontato in passato con ben altri mostri. Ogni giorno, quando solcava le distese del cielo a bordo della sua nave solare, dalle profondit del creato emergeva un serpente gigante: era Apep, il grande nemico di Ra, che spalancava le fauci per inghiottire il veliero divino.
A volte, i tentativi di Apep minacciavano di riuscire; l'Egitto veniva allora investito da terribili tempeste. Per scacciare il mostro, Ra doveva ricorrere ai suoi poteri magici, e gli sussurrava parole misteriose e possenti; oppure si trasformava in un enorme gatto della giungla, pronto ad assalire la preda strisciante e inchiodarla con uno sguardo feroce.
Quando poi scendeva fra le dodici province degli inferi, per portare un bagliore di luce ai defunti, Ra si imbatteva in altri nemici. Ogni regno infatti era sotto il dominio di un serpente mostruoso; uno di essi aveva quattro teste di uomo sulla schiena squamosa, che sobbalzavano e ciondolavano a ogni movimento.
Quei re dei morti erano vampiri, affamati d'anime pi che di sangue, e se l'occhio instancabile di Ra non avesse vigilato, si sarebbero nutriti delle anime date loro in custodia.
Quando il vascello di Ra veleggiava su quel Nilo notturno, i demoni danzavano lungo le rive del fiume, sputando veleno. Il signore del sole per non li temeva, e ogni notte li sconfiggeva e li costringeva a umiliarsi trainando la sua nave come animali da soma.
Tutto questo egli faceva per i mortali; e giustamente, dunque, fu cos offeso dalla loro ingratitudine,che decise di abbandonare la Citt del Sole e ritirarsi in cielo. Gli anni passarono, e Ra cominci a invecchiare; la sua mente non era pi lucida, le sue parole spesso prive di senso. Nel grande palazzo bianco i servitori s'affannavano per ubbidire a ordini sempre pi incoerenti.
I figli di Ra, i nipoti e tutte le divinit cominciarono a ridere alle spalle dell'anziano patriarca. Il grande sovrano era ancora in possesso della croce ansata, fonte di vita e simbolo del potere regale, ma i membri pi giovani della corte si irritavano per i suoi capricci e i comandi assurdi.
Un solo membro della famiglia non prendeva parte a quel vociare ribelle, la dea Iside; ma anch'essa cercava poi di sottrarsi alle mani avvizzite del sovrano quando cercavano un abbraccio, e distoglieva lo sguardo vedendolo zoppicare penosamente fra gli attendenti.

Odiava il potere e i pettegolezzi di corte. Amava la solitudine e per questo la famiglia si dimenticava spesso di lei; cos lasciata a se stessa, Iside poteva dedicarsi alle arti che la affascinavano.
Trascorreva lunghe giornate in luoghi appartati, immersa nella natura e lontana dai lussuosi saloni di marmo e turchesi del palazzo reale. L, al riparo da occhi e orecchie indiscrete, apprendeva da misteriose sacerdotesse i segreti dell'arte magica.
Iside impar a incidere sugli amuleti parole poderose, a tracciare cerchi magici con una bacchetta di avorio d'ippopotamo, a sfruttare i poteri di scorpioni, coccodrilli e gazzelle di onice, intarsiando sassi levigati con le loro immagini.
Sapeva vedere nel futuro, riconosceva i presagi benevoli e quelli funesti, e poteva scivolare nel sonno dell'uomo per leggere e modificare i sogni.

In breve tempo, le arti magiche non ebbero pi segreti per lei, che oltretutto era abile e astuta.
Al momento giusto, queste doti l'aiutarono a piegare l'anziano Ra alla sua volont. Il dio diventava ogni giorno pi vecchio e ammalato. Persino il sole, un tempo eterna fonte della sua potenza, sembrava spegnersi nei suoi occhi stanchi. Vedeva le cose farsi sempre pi distanti e la folle, comica tragedia degli uomini e delle loro paure, gioie, invidie, passioni lasciarlo ormai del tutto indifferente.
Non era pi il suo tempo, Ra lo sapeva. Non poteva per fare altro che attendere la propria fine, la fine di un dio sconfitto dal tempo. Nella malattia, tutti si allontanarono dal sovrano, in particolare i fanciulli della sua dimora, che non sopportavano pi quel vecchio infermo che aveva cominciato a sbavare.
Quanto pi tutti lo abbandonavano, tanto pi Iside si faceva premurosa e attenta: si assicurava che ogni desiderio del sovrano venisse esaudito, lo aiutava a mangiare, e asciugava la saliva che gli colava dalle labbra con il lino delle proprie vesti. Ogni sera, tornando nei suoi appartamenti, strizzava l'abito e raccoglieva il liquido in un orcio.
Una notte, quando l'orcio fu colmo, evocando la potenza della magia cre da quel liquido un terribile serpente; il mattino successivo, mentre Ra si recava al fiume, il serpente di Iside gli balz addosso e affond i denti nella sua carne.
Subito il potente veleno si diffuse in tutto il corpo; il sudore imperlava la fronte di Ra, e brividi lo scuotevano da capo a piedi.
Cadde in preda al delirio, agitando le braccia e balbettando parole incomprensibili. Creatore della vita e signore di tutti gli dei, Ra non aveva mai visto un simile serpente, non ne conosceva i punti deboli e i segreti e non poteva preparare un antidoto.
Il veleno correva infaticabile nelle vene di Ra mentre i suoi lamenti risuonavano in Mesopotamia, in Siria, nel lontano regno di Kush e gi, nelle dodici regioni degli inferi.
La famiglia reale si riun intorno al grande patriarca; ma in quel consesso di divinit non v'era chi potesse salvare il sovrano. La disperazione sui loro volti era sincera, profondo il loro dolore. Gli occhi di Ra non manifestavano per rabbia o dolore bench il suo corpo soffrisse tra spasmi laceranti, solo restavano immobili, distaccati. Era come se l'anziano patriarca della terra d'Egitto si lasciasse andare, e accettasse rassegnato il suo destino, disarmato di fronte all'eterno mistero del tempo e della vita, pi forte di ogni magia, pi possente di ogni dio, pi incredibile e inafferrabile di ogni immaginazione.
Egli non sapeva ancora che cosa lo attendesse, fino a che punto l'odio e il desiderio di potere di Iside si stessero accanendo su di lui. Guardava la dea in silenzio che ricambiava il suo sguardo sorridendogli. Di l a poco, per, Ra avrebbe dovuto affrontare l'arroganza della sua avidit.
"Forse un rimedio esistedisse infatti Iside, alzando la sua voce sopra il coro dei lamenti dei familiari di Ra "ma la mia magia non tollera testimoni; allontanatevi dunque, e io salver, se sar possibile, il padre degli dei".
La lasciarono sola col vecchio sovrano; Iside si inginocchi al suo fianco.
"Io conosco il rimedioammise, fissando quegli occhi distanti, "poich conosco il male: questo veleno  opera della mia magia. Ma non ti liberer dalla sua morsa finch non mi rivelerai il nome segreto del dio-sole".
Una smorfia d'orrore si dipinse sul volto di Ra. Nessuna richiesta al mondo avrebbe potuto essere pi oltraggiosa: nessuno, neppure un membro della sua stessa famiglia, poteva conoscere il nome segreto, la parola al di l di tutte le parole, le sacre sillabe sorte dal caos alla nascita dell'universo.
In quella parola si celava l'essenza del suo stesso spirito, del suo essere dio; l'essenza del suo potere.
Ra esitava, combattuto fra l'orgoglio e lo strazio del dolore; a un tratto, le mani e i piedi del sovrano cominciarono a gonfiarsi, il viso s'infiamm. Il dio cerc di sollevare la testa, ma non ci riusc. Iside abbass la sua. Con la voce rotta dal pianto, Ra pronunci il nome sacro.
Un silenzio profondo come la morte avvolse la terra. Le mosche smisero di ronzare e rimasero sospese nell'aria immobile. Per un istante, le stesse acque del Nilo sembrarono fermarsi; le mummie si agitarono nelle tombe e presero a bisbigliare nei sarcofaghi dipinti.
Qualcosa era cambiato nell'ordine dell'universo.
Poi, Iside sollev le braccia e mantenne la promessa. L'incantesimo che pronunci fu il pi potente che si fosse mai udito; nessuno scriba ebbe il coraggio di annotarlo per le generazioni future. Iside estrasse una fiala di vetro blu e ne sparse il contenuto sul corpo di Ra.
Ancora scosso da fremiti, il dio-sole pot cos sollevarsi da terra. In questo modo lo scettro del comando pass a Iside l'incantatrice e a Osiride, che le era sposo e fratello, come prescriveva il costume degli antichi re egizi.
I due formarono una coppia perfetta: Iside, dea-madre e maga, signora degli incantesimi ed esperta tessitrice; Osiride dio dei raccolti e maestro nell'arte di coltivare i campi.
La regina, che grazie alle sue conoscenze occulte e agli inganni aveva strappato il potere segreto a Ra, ora metteva quello stesso sapere al servizio del suo popolo, per proteggerlo e nutrirlo.
Mentre Iside governava, Osiride viaggiava da un capo all'altro dell'Egitto per spiegare ai contadini i misteri della coltivazione; svel loro lo spirito del Nilo, l'inondazione che ogni anno nutriva la terra e regolava le stagioni della semina e della mietitura.
Con il suo aiuto, gli Egiziani impararono a conoscere il fiume, a misurare la profondit dell'inondazione e a prevedere la qualit del raccolto. Osiride insegn loro a costruire la stagione secca, a servirsi del bue e dell'aratro per coltivare l'orzo, il frumento e il lino.
Dopo aver portato tali doni alla sua gente, Osiride lasci l'Egitto per offrirli anche ai popoli delle terre al di l del Nilo.
Si  perduto il ricordo dei paesi che il dio visit, ma dove gli uomini abbandonarono la vita nomade di cacciatori e pastori per mettersi a coltivare la terra, l si trovano i segni del suo passaggio e i simboli del suo culto.
chiunque avrebbe sperato che un tale regno durasse per l'eternit; ma anche nei giardini degli dei crescono gli scorpioni.
V'erano occhi invidiosi che non perdevano mai di vista Iside e Osiride. Come l'indomabile avidit di Iside le aveva permesso di strappare lo scettro del potere dalle mani del dio-sole Ra, allo stesso modo una volont forte come la sua lavorava in segreto contro di lei.
Quel nemico cos potente apparteneva alla loro stessa famiglia, e nelle sue vene scorreva il sangue di Ra. Si trattava di Seth, signore del male, della guerra e dei disastri naturali.
Sebbene fosse fratello di Osiride, dio d'incomparabile bellezza, Seth era ripugnante; mentre il fratello aveva una pelle dorata e brunita dal sole, la sua era bianca come quella di un morto, e i suoi capelli erano d'un rosso acceso: il colore del demonio.
Seth era il vicer delle terre del Sud, e lo tormentava l'invidia per il fratello, sovrano dell'universo.
La storia e il mito sono pieni di fratelli che odiano i propri fratelli, mortali e immortali senza distinzione; ma il caso di Seth  certo il pi terribile.
Aveva a sua disposizione tutti i poteri della divinit, e ne fece uso con la fredda astuzia del ladro che scivola silenzioso alle spalle della sua vittima.
Fin da bambino Seth era stato spietato e feroce. Si narra che, ancora nel ventre materno, gi graffiasse e scalciasse per l'impazienza di venire al mondo; e quando finalmente vi giunse, apprese in fretta l'arte della menzogna, e poi che l'adulazione funziona quanto il pugnale.
Appena Osiride fu di ritorno dal suo viaggio in terre lontane, Seth lo invit a un ricevimento; Osiride certo non sospettava l'odio del fratello, e accett l'invito senza esitazioni.
Se la signora delle arti magiche fosse stata presente, i loschi piani di Seth sarebbero andati in fumo; ma quella sera Iside non accompagn il marito.
Quando Osiride arriv al palazzo del fratello, questi lo aspettava ai piedi della grande scalinata d'ingresso, e lo ricevette con gli onori dovuti: gli fece scivolare una ghirlanda di fiori di loto intorno al collo, e lo condusse nella sala dei banchetti, gi gremita di ospiti.
Una fanciulla offr al dio un copricapo a forma di cono intriso di una pomata fragrante, che poi, al caldo della festa, si sarebbe sciolta profumando la parrucca e le vesti del sovrano. I servitori si facevano strada fra le danzatrici portando piatti carichi di pesce, selvaggina arrosto, fichi maturi e torte al miele.
Arpisti, flautisti, suonatori di liuti e cantanti si sforzavano di far vibrare la loro musica sopra il frastuono delle risate, delle chiacchiere e delle promesse di eterna amicizia sibilate tra lo sbattere dei piatti e delle coppe di vino.
Quando Seth ritenne che i suoi ospiti avessero gustato a sufficienza le delizie della sua cucina e il nettare delle sue vigne, zitt con un gesto i musicisti e impose il silenzio.
"Voglio proporvi un diversivodisse "una gara davvero fuori del comune; e straordinario  il premio che offro".
A un suo cenno, quattro servitori portarono nella sala un sarcofago di incomparabile bellezza.
I nobili egizi erano amanti dell'arte, e molti di loro spendevano fortune per abbellire le tombe nelle quali avrebbero trascorso l'eternit; squadre di pittori e artigiani si arricchivano grazie alle loro commissioni.
Gli invitati si strinsero intorno a quella meraviglia, ammirando l'eleganza delle linee, gli intarsi d'avorio e le preziose pietre dure.
"Questo splendido sarcofagocontinu Seth, sempre rivolto ai suoi ospiti "lo offro in premio a chi, fra di voi, riuscir a entrarvi perfettamente, dimostrando che la sorte l'ha destinato alle sue misure".
Uno dopo l'altro, gli ospiti cercarono di sdraiarsi dentro il sarcofago. Alcuni erano cos grassi che a mala pena potevano metter dentro una gamba, altri invece erano cos bassi che avrebbero potuto riposare in due l dentro, piede contro piede.
Dopo che nessuno era riuscito nell'impresa, lo stesso Osiride venne convinto a gareggiare.
Si stup, il dio, che il sarcofago fosse proprio delle sue dimensioni; ma fu il solo: la bara era stata progettata dal fratello proprio sulle sue misure, e i settantacinque ospiti venuti a onorarlo erano in realt i cospiratori raccolti da Seth.
Con un colpo secco, Seth chiuse il sarcofago, e subito uno dei suoi alleati si fece avanti con una coppa di metallo sciolto e sigill il coperchio.
I servitori che avevano portato nella sala il magnifico premio lo caricarono nuovamente in spalla, e Seth li segu fino al fiume.
In piedi sulla sponda, osserv il fratello allontanarsi, trascinato dalla corrente. Quando il sarcofago scomparve all'orizzonte, Seth ordin che la festa riprendesse.
Si ignora come la notizia arrivasse fino a Iside; un messaggero - un uomo dell'equipaggio di Osiride, o forse un servo scappato dal palazzo di Seth - preso dall'orrore della scena cui aveva assistito, potrebbe averla avvertita.
O forse un presentimento inquieto la dest dal sonno.
La dea non perse tempo in pianti e lamenti: ordin che calasse il silenzio sulla terra, per udire il battito del cuore dell'amato.
Iside per non sentiva nulla, e n gli incantesimi n le altre armi della sua scienza le consentirono di vedere Osiride.
Il fiume che dava la vita al popolo d'Egitto aveva intrappolato il dio nel suo flusso inesorabile, e lo trascinava via.
Non esiste una donna, anche mortale, che non partirebbe alla ricerca del marito scomparso misteriosamente. Cos Iside lasci la sua casa e si mise in cammino in cerca di Osiride.
Era decisa, come le vedove che sui campi di battaglia tengono lontani gli avvoltoi per cercare le spoglie mortali dei loro uomini. Era paziente, come chi cammina a piedi nudi da una citt all'altra, scrutando il volto d'ogni prigioniero nei mercati degli schiavi.
Camminava lungo le sponde dell'immenso fiume seguendo il richiamo dello spirito di Osiride come un delfino segue il richiamo dei canti dei compagni; il Nilo luccicava di folgoranti scintille di sole, che balenavano intermittenti sulla superficie dell'acqua come note musicali intente a comporre una melodia segreta; il cielo, limpido e blu, dipingeva l'orizzonte del colore del Mediterraneo d'estate, e oltre quella sconfinata prateria celeste, e oltre quelle impressioni di una quiete perfetta, s'intravedevano oasi rigogliose di vita, e gabbiani danzare giocando nel vento, e palme estasiate offrirsi alla luce e donare ombra e riposo a tutte le creature.
Iside continu a seguire il fiume nel suo viaggio verso il mare, e quando esso finalmente si apr negli innumerevoli bracci del grande delta, si arrest nel punto in cui le acque si dividevano, e pianse.
E proprio allora, all'improvviso, avvert nell'aria una deliziosa fragranza, pi dolce di tutti i profumi della terra d'Egitto, delle essenze di iris, di cassia e convolvolo, tanto amate dagli dei. Iside comprese che quello era il segno dell'amato. Vestita come un'umile viaggiatrice, segu quel profumo struggente verso la sua fonte, a nord, oltre la terra d'Egitto. In seguito, non parl mai a nessuno di quel viaggio; non raccont nulla se non l'arrivo nel porto di Byblos, nel grande regno fenicio, dove cap d'essere giunta a destinazione.
L doveva trovarsi il corpo di Osiride: la fragranza che l'aveva guidata fin dalla partenza in Egitto si faceva sempre pi intensa; neppure l'odore del mare e l'aria salmastra riuscivano a coprirla.
Sovrastava il profumo penetrante dei papiri, l'aroma del legno di cedro, degli oli e delle spezie che attendevano sulle banchine del porto - attendevano di salpare alla volta delle citt che sorgevano sulle rive del grande mare, e delle terre selvagge oltre le colonne rocciose che segnavano la fine del mondo.
Incurante della folla dei marinai, dei viaggiatori e dei mercanti, Iside avanzava come un fantasma per le vie della citt.
Raggiunse infine il nuovissimo palazzo del re Melcandre e della sua sposa. I marmi pi bianchi e il porfido pi puro erano stati utilizzati per erigere quell'edificio sfarzoso; gli alberi pi belli e odorosi erano stati tagliati da boschetti sacri e foreste vergini, per divenire le colonne che sostenevano e abbellivano la reggia.
Iside si lasci guidare ancora dal profumo fino a una di quelle colonne di legno di tamarisco. La dea sent che dentro quel tronco si trovava il sarcofago di Osiride. Nessuno seppe mai come la cassa fosse finita dentro quel tronco;
forse la corrente aveva depositato quel sacro fardello ai piedi dell'albero.
Si dice per che la pianta, stringendo il dio della vita tra le sue radici, crebbe sopra tutte le altre, fino a quando i servitori di Melcandre la scelsero per la costruzione del palazzo.
Quando Iside si present ai sovrani di quella terra, essi cercarono di soddisfare ogni suo desiderio.Inviarono uomini nella foresta a un altro tronco per sostituire quello di tamarisco, che offrirono in dono alla dea.
Fu soltanto dopo tutte queste traversie, quando ebbe ritrovato il corpo di Osiride, che Iside si abbandon al dolore e vers infinite lacrime sulla bara dove riposava il corpo intatto e senza vita dello sposo.
Il sovrano di Byblos fu cos colpito dalla disperazione della donna, da donarle una nave piena di soldati e di servi per trasportare in Egitto il sarcofago del consorte.
La notizia della scoperta precedette Iside sulla via del ritorno: quando la dea giunse in patria, vi regnava un silenzio assoluto, come se su ogni granello di sabbia del deserto e su ogni goccio d'acqua gravasse il peso del dolore.
Mentre la galea di Iside risaliva la corrente, trasportando quella cassa danneggiata, ma ancora bellissima, la dea lottava per strappare lo sposo alla morte. Ancora una volta si chiuse nel manto del sapere nascosto - come aveva fatto quando aveva strappato al vecchio Ra il comando del mondo - e si immerse nel regno degli inferi a caccia dell'anima dell'amato. Lo chiamava a ogni grido degli uccelli della notte, nascosti nei canneti; in ogni movimento sinuoso dei serpenti cercava il suo spirito.
Con parole terribili e prodigiose infiamm una scintilla dello spirito vitale del dio defunto, e se la piant nel ventre. Osiride era morto, ma ora Iside gioiva, perch portava in grembo il figlio dell'amato sposo.
Ben sapendo quali pericoli minacciavano il piccolo ancor prima che nascesse, la dea si rifugi in un luogo segreto, e diede alla luce il bambino protetta dalla sua magia.
Quel bambino nato orfano rivendicava una paternit illustre: in Horus - cos si chiamava il figlio della dea - risplendeva la luce della divinit.
Portata a termine la miracolosa gravidanza, Iside inizi il lungo e doloroso lavoro per riportare nella terra dei vivi il compagno scomparso.
Bisognava richiamare alla vita ciascuna delle nove parti di cui si componeva l'essere sacro di Osiride: il corpo materiale e il corpo spirituale, l'anima del mondo, l'anima dello spirito, l'ombra, il cuore, il soffio vitale, l'essenza e il nome nascosto. Per dedicarsi a quest'opera in tranquillit e sicurezza, nascose il sarcofago del marito nelle paludi del Nilo, e and alla ricerca delle erbe e degli amuleti, delle pietre sacre e degli elisir, degli strumenti magici e degli incantesimi che le occorrevano.
Il fiume era pieno di coccodrilli; alcuni di essi erano spie di Seth, e gli rivelarono il luogo dov'era nascosto il corpo del fratello. Iside si era appena allontanata, e gi Seth era addosso al cadavere del dio defunto, stringendo fra le mani il coltello wamm che i cacciatori usano per sventrare le loro vittime.
Non appena Iside torn con gli unguenti e le medicine, il corpo del dio era scomparso. La dea intu subito ci che era accaduto: forse cattur il suo sguardo un riflesso pallido che galleggiava come una ninfea sull'acqua fra i canneti, o un frammento di osso che scricchiol sotto i suoi sandali. Quando comprese ci che era accaduto, non si perse d'animo, e cominci immediatamente a cercare i resti del marito. Non le importava in quanti pezzi Seth avesse distrutto il cadavere di Osiride: lei li avrebbe comunque ritrovati.
Questo fu il suo primo pensiero e non la vendetta, perch sapeva che la vendetta spettava al giovane erede del dio, a Horus. Questa volta, Iside non era sola nella ricerca: la sorella Nepthys, amica e protettrice dei morti, e moglie indifferente dello stesso Seth, la aiut con i suoi poteri divini a ritrovare i frammenti sparsi del corpo di Osiride.
La ricerca la condusse ad attraversare tutto l'Egitto; secondo la leggenda, Seth aveva tagliato il cadavere del fratello in quattordici pezzi, e tutti, tranne gli organi riproduttivi, vennero ritrovati.
Alcuni dicono in Nubia, altri parlano invece della grande necropoli di Abydos e della regione dei laghi di Fayum. Non si sa chi abbia ragione; si sa che in Egitto c'erano quarantadue province, e gli abitanti di ciascuna affermarono di aver trovato reliquie del dio. Questo fatto rimane dunque avvolto nel mistero.
Portata a termine la ricerca, il corpo di Osiride fu trasportato in un luogo segreto, che Iside vigil incessantemente, senza mai allontanarsi da l. Infine, pose mano a quell'impresa solenne, che rimase nei secoli il modello per coloro che cercano il segreto di dare vita eterna alla carne. Le braccia e le gambe del dio vennero immerse in olio di cedro e di cannella e avvolte in fasce di lino; gli organi interiori trovarono posto in vasi di alabastro e furono conservati con quell'infuso d'erbe che alcuni chiamano aneto. Infine, Iside mise tutta se stessa nel dare vita a quella magia che avrebbe ricomposto il corpo di Osiride.
La sua lotta riemp la terra di segni e portenti; i sogni di sacerdoti e maghi si popolarono di figure dal significato misterioso. In un tempio costruito nella roccia, nel cuore di una valle sconosciuta a tutti, Iside pronunci le parole finali dell'incantesimo che sconfigge la morte; un incantesimo cos terribile che solo riferirlo potrebbe distruggere l'universo. Per un istante, l'intero Egitto tenne il fiato sospeso; infine, quando il Nilo inond i campi aridi, ogni cuore torn a gioire. La terra riprese a palpitare e il cielo si riemp di luce: Osiride era tornato in vita.
Nel momento in cui il dio si liberava del sarcofago, i germogli diogni pianta ripresero vita. Da allora i sacerdoti celebrano questo avvenimento, poich in esso il mistero della vita fu svelato all'Egitto. La morte, lo smembramento e la risurrezione del dio furono la sanzione d'un patto misterioso: quando Osiride anneg, il Nilo inond la terra per renderla fertile. Quando il cadavere del dio venne straziato e disperso, i semi del grano vennero sparsi sul terreno, e quando Iside lo richiam alla vita, la terra protesse e nutr i semi fino a quando germogliarono, e le spighe dorate s'alzarono verso il sole.
"Tuttaviaricord Osiride alla sua regina "il grano deve essere trebbiato e vagliato, e i semi piantati nuovamente nel terreno, ogni anno, per il raccolto successivo. Per questo dunque anch'io, bench risorto, devo tornare negli inferi e governare il regno dei morti. Sar signore e protettore dei defunti e guider le anime che intraprendono quel cammino".
Da quel momento, tutti coloro che iniziavano il viaggio nell'aldil adottarono il nome di Osiride nei riti funebri, e portavano con s la mappa che avrebbe permesso loro di trovare la strada nel labirinto della terra dei morti, e in quel viaggio nell'oscurit seguivano le orme del dio.
Iside lasci andare il marito. Sapeva che lui, a differenza dei mortali, poteva passare dal mondo dei vivi alla terra del silenzio, e che la loro separazione non era definitiva. In una cosa, infatti, Osiride era un padre come tutti gli altri: desiderava sovrintendere all'educazione del figlio, e per questo sarebbe tornato spesso. Durante le sue visite, istruiva il bambino nelle discipline della pace e della guerra, della piet e del comando. Il giovane Horus era un allievo dotato e volenteroso, straordinariamente solenne e consapevole delle responsabilit che lo attendevano.
Iside tent di proteggere il giovane dio con ogni suo potere; ma la sfortuna - o piuttosto la perfidia dello zio Seth - non lo lasciava mai, e l'infanzia del bambino fu segnata da un numero incredibile di incidenti e sventure: veniva attaccato da bestie feroci, punto da terribili scorpioni, continuamente colpito da crampi e coliche.
Gli incantesimi cui la madre ricorreva per salvarlo divennero i fondamenti della medicina e della magia curativa. Quando non era impegnata a combattere questi malefici, Iside insegnava al figlio la saggezza, mentre Osiride tornava dal regno dei morti per controllare i progressi del giovane nelle arti del combattimento. Cos, Horus entr nell'et adulta pronto a rivendicare la sua posizione.
Per tutto quel tempo Seth aveva atteso che Horus si trasformasse in un avversario degno di tal nome, e ormai aspettava il momento giusto per attaccare. Attese per troppo a lungo, e fu Horus a sferrare l'attacco per primo: radun un grande esercito di fedelissimi, e dichiar guerra a Seth per vendicare l'assassinio del padre.
Le truppe di Seth furono prese alla sprovvista dall'assalto, e davanti allo sbarramento di frecce e lance che gli uomini di Horus scagliavano con precisione mortale, dovettero fuggire. Poich per erano essi stessi demoni, divinit minori, quando le tattiche militari fallirono, ricorsero alla magia.
Presero l'aspetto di coccodrilli, ippopotami e antilopi; sotto gli occhi esterrefatti dei soldati di Horus, le armature si trasformavano in squame di serpenti, i denti prendevano forma di zanne, mentre le spade e le lance diventavano code sferzanti. Anche questo stratagemma per fu inutile: superato lo sbigottimento, i soldati di Horus si lanciarono dietro quelle belve nel deserto, inseguirono i nemici fin nelle tane e li fecero a pezzi. L'intero esercito di Seth fu sterminato.
Seth, signore della guerra e della violenza, non si lasci per piegare cos facilmente; riun un nuovo esercito e attacc a sua volta.
Per ogni sconfitta che subiva, una ne infliggeva a Horus. La vittoria arrideva ora all'uno, ora all'altro. Zio e nipote appartenevano alla stessa razza divina, e si equivalevano per astuzia e coraggio; ma gli altri dei cominciavano ad averne abbastanza di questa contesa.
Un giorno infine si riunirono, e decisero che la lotta sarebbe stata risolta con un arbitrato; Thoth, signore della luna, fu il giudice scelto per quel tribunale.
Dio di grande saggezza, Thoth era stato consigliere di Osiride negli anni in cui lui e Iside avevano regnato sull'Egitto; si era cos guadagnato la stima degli dei e il timore reverenziale dei mortali, e tutti furono d'accordo nell'indicare lui come arbitro della contesa. Poich era il misuratore del tempo e il padre della matematica, Thoth era eloquente ed equilibrato, e aiutava divinit e mortali a tenere il conto delle ricchezze e degli obblighi; a lui era dovuta la devozione e la fedelt di quanti avevano in gran conto il buon senso, la chiara visione delle cose e la scrupolosa attenzione al dettaglio: astronomi, ingegneri, tesorieri e amministratori, architetti di piramidi e palazzi.
Il giorno dell'inizio del processo, sul grande fiume biancheggiavano le vele delle imbarcazioni divine. Nessun membro del pantheon voleva mancare. Il vento del nord sospingeva gli agili vascelli degli dei che abitavano a valle del fiume e risalivano la corrente; sulle barche che venivano da sud, invece, decine di schiavi affondavano e sollevavano i remi al ritmo degli ordini cantilenanti dei timonieri. Le barche attraccarono, e le divinit scendevano sulle banchine con aria maestosa; avvolti in candide vesti di lino ricamate di fili d'oro, abbagliarono il popolo dei mortali, che ammiravano assiepati sulle sponde del fiume o a bordo delle feluche.
Seth sbarc dalla nave senza volgere lo sguardo n a destra n a sinistra, accolto da un sommesso mormorare di disapprovazione; ma all'arrivo di Horus, accompagnato da Iside, quel mormorio si fece un boato.
Dall'umile schiavo al pi ricco dei signori, non v'era in Egitto chi non sapesse che da quel processo dipendeva il futuro di tutti; il paese attendeva, sospeso tra la speranza e il timore.
Nell'aula, gi stipata di dei e mortali, si fece un silenzio assoluto quando entr Thoth. Egli prese la parola per primo, ricordando leggi millenarie, considerando remoti precedenti riguardo a diritti di propriet e accordi territoriali, e vagliando i requisiti necessari a colui che avrebbe guidato il mondo.
Quando fu il suo turno, Seth parl pi o meno cos: "Io, signore della guerra e temibile massacratore di serpenti, sono il naturale sovrano d'Egitto; la mia forza, infatti,  indiscussa, e non pu essere paragonata a quella di nessun altro. Inoltre la corona mi spetta per anzianit, se vi  ancora chi abbia rispetto per la saggezza dell'et matura".
Cos parl Seth; ma, dopo di lui, Horus parl dei diritti di primogenitura e della sua discendenza, e fece rivivere nel suo discorso la figura del padre, che tutti ricordavano con affetto.
Horus invoc poi l'ideale di giustizia divina, e con l'onest delle sue parole seppe toccare il cuore dei presenti.
Come riferiscono le cronache, il processo dur molto a lungo, e dovettero passare ottantanni prima che Thoth, signore della luna, pronunciasse la sentenza.
Aveva ascoltato senza commentare il discorso di Horus, e le sue pretese di salire al trono come erede di Osiride; non aveva aperto bocca quando Seth s'era alzato in aula per confutare quella paternit; ma quando il dio della guerra, con fare insolente, domand perch si dovesse credere a quella storia inverosimile, messa insieme da una strega per dar lustro al concepimento del suo bastardo, Thoth cap che non si poteva indugiare oltre.
Mentre il giudice meditava, nella sala il silenzio era cos profondo che si sarebbe potuto sentir frusciare le palme in riva al fiume.
Infine, Thoth si lev in piedi e dichiar solennemente: "Horus, figlio di Osiride e discendente diretto di Ra,  il solo legittimo sovrano del regno d'Egitto".
Il processo era finito.
 Seth non contest questa decisione, e nemmeno si oppose. Nei geroglifici incisi sulle piramidi sta scritto che fu esiliato nel deserto; nelle liriche di certi cantastorie, invece, Seth si trasforma in un maiale nero che ogni mese ingoia la luna, quando scompare dal cielo, per vendicarsi di Thoth, il dio lunare che aveva dato ragione al suo nemico. Da quel giorno, Horus regn in pace, e dopo di lui i suoi discendenti, che portarono la doppia corona di faraone d'Egitto e di Dio dei viventi.
Thoth, invece, si guadagn il titolo di supremo giudice dei litiganti. Senza di lui, la contesa non avrebbe avuto fine, e neppure questa storia oggi potrebbe essere qui raccontata. Infatti, oltre a riportare la pace tra le divinit, Thoth rec un dono prezioso anche ai mortali: insegn loro a scrivere i racconti attraverso le immagini, e grazie a questa potente magia tutte le generazioni della terra d'Egitto lessero, incisi sui muri, gli incredibili avvenimenti di quel tempo antico.

Capitolo Due

Le passioni dell'Olimpo.

Nata dal sangue di una divinit morente e dalla schiuma del mare, Afrodite era la dea dell'amore e della bellezza. Il suo sguardo aveva il potere di rovinare o proteggere la vita dei mortali.

Se una nave affondava era perch Poseidone, signore delle acque, era infuriato con quei marinai; se due sconosciuti si innamoravano al primo incontro era perch Afrodite, regina dell'amore, li aveva toccati nel profondo; se una donna moriva di parto era perch la dea delle nascite era distratta.
Gli dei assicuravano l'ordine degli eventi. Tutti sapevano perci che i riti sacrificali e le cerimonie in favore delle potenti divinit garantivano la sicurezza di un viaggio o la tranquillit durante un parto.
Gli dei erano infatti molto sensibili alle attenzioni degli uomini, poich anche loro partecipavano delle virt, dei vizi, delle ambizioni e dei desideri umani.
I poeti greci che scrissero la storia degli dei attinsero a un inesauribile tesoro di miti e leggende.
Ogni isola dell'arcipelago era stata sede di qualche combattimento eroico o aveva assistito al romantico incontro di due amanti divini.
Le storie del passato pi remoto raccontavano di un tempo violento e sanguinoso, quando Zeus e i suoi figli lottavano per strappare il controllo dell'universo a una precedente generazione di divinit.
Una volta che Zeus si fu insediato sull'Olimpo, i miti vennero ulteriormente arricchiti dalle sue gesta, i suoi amori, i suoi scontri con gli altri dei, e dalle meraviglie e tragedie compiute dalla sua stirpe.
L'albero genealogico era indubbiamente intricato e non pochi erano gli amori incestuosi. I figli di Zeus, sia quelli legittimi che gli illegittimi, affollavano il pantheon greco: alcuni erano stati concepiti prima che Zeus salisse sul trono dell'Olimpo, altri quando la sua posizione era gi sicura.
A ogni abitante della Grecia era chiaro che gli dei erano tutt'altro che infallibili. Alla radice, la loro autorit era minata dalla storia violenta della loro ascesa al potere.
La storia della rivoluzione celestiale ebbe infatti inizio in un luogo dove il tempo stesso non esisteva ancora. L, nel vuoto del buio infinito, regnava il Caos.
Come dal Caos nacquero gli esseri mortali nessuno lo sa, ma si sa che dal Caos nacque Gea, Terra, la fertile madre della creazione.
Da Gea si gener Urano, l'immensa volta celeste punteggiata di stelle. Nobile quanto Gea, Urano non ne era solo figlio ma anche marito. Dalla loro unione nacquero numerosi figli: i Titani, sei maschi e sei femmine, prima razza mortale ad abitare l'universo; i Ciclopi, potenti quanto i fratelli ma con un solo occhio al centro della fronte; gli Ecatonchiri, tre mostri deformi con cento braccia e cinquanta teste.
Urano assistette alla nascita della sua progenie con crescente orrore, e con il passare del tempo si convinse sempre pi che tutti quei figli mostruosi un giorno si sarebbero ribellati e lo avrebbero ucciso.
Mentre ancora uscivano, perfettamente cresciuti, dal ventre materno, Urano allora li afferr e li scagli in un baratro nelle viscere della terra, dove li lasci al loro destino. Gea pianse tutte le sue lacrime poich il suo istinto materno era superiore all'orrore che suscitava la deformit dei suoi figli.
Lentamente, la tristezza di Gea lasci il posto al suo desiderio di vendetta. Estraendo dal profondo segreto del suo cuore un fiume di metallo incandescente, ella forgi una falce cos robusta da radere al suolo una montagna. Scese nella fossa dove languivano i suoi figli e mostr loro l'arma, chiedendo chi avesse il coraggio di brandirla contro il malvagio padre.
Di tutti, solo Crono, un Titano, si fece avanti.
Quella notte, mentre Urano giaceva profondamente addormentato accanto a Gea, Crono, scivolato fuori dall'abisso e nascosto fra le vesti della madre, lasci il nascondiglio, afferr la falce, con un colpo evir il padre e scagli i genitali nel mare.
Dalla ferita di Urano sgorg un torrente di sangue nero. Ovunque cadessero le gocce, la terra si spaccava, e un'orda di giganti usciva dalle crepe: erano le Furie, le terribili creature che avrebbero perseguitato i mortali invisi agli dei.
I genitali evirati dal corpo di Urano, fluttuanti in una spuma sanguinolenta, si trasformarono in una schiuma lucente e da essa emerse una figura femminile, che cavalcando le onde si diresse verso la riva: era Afrodite, la dea dell'amore.
con Urano ferito e sconfitto, l'universo giaceva ai piedi di Crono, che torn alla fossa e liber i suoi fratelli Titani, lasciando per imprigionati i Ciclopi e gli Ecatonchiri.
Tocc cos a Crono, l'usurpatore, proseguire l'opera di creazione. Il nuovo sovrano scelse come moglie la sorella Rea, che diede alla luce due maschi, Ade e Poseidone, e tre femmine, Demetra, Era ed Estia.
Crono venne per colto dalla stessa paura del padre: perch i suoi figli non avrebbero dovuto fargli ci che lui aveva fatto a Urano? In preda al terrore e all'odio, Crono strapp Ade, Poseidone e le sorelle dal seno materno e li ingoi vivi. Per salvarlo dalla furia del marito e fratello, Rea partor il sesto figlio in un luogo segreto e, tornata a casa, offr dolcemente a Crono un fardello avvolto in una coperta. Senza un attimo di esitazione, Crono afferr il fagotto e lo inghiott. Questa volta per il diabolico Crono era stato ingannato: nel suo stomaco giaceva ora una pietra; il figlio di Rea era invece salvo. Il suo nome era Zeus. Il piccolo dio venne affidato dalla nonna Gea alle cure dei Cureti, i sommi sacerdoti di Creta, e pot cos raggiungere l'et adulta.
Un giorno, una sibilla si present a Crono. Le parole della donna gli gelarono il sangue: "Sei destinato a morire per mano di uno dei tuoi figligli aveva infatti detto.
Eppure, proprio per eliminare quel futuro pericolo, lui stesso aveva divorato la sua prole.
Irato, mand a chiamare la sua ancella, la giovane dea Meti, e le ordin di servirgli una bevanda calmante. Cos facendo, diede una mano al fato. Zeus, ormai adulto, era infatti l'amante di Meti e, insieme a lui, l'ancella aveva preparato una bevanda drogata.
Dopo avere svuotato il contenuto della coppa, Crono inizi cos a vomitare e a sputare i figli ingoiati. Indebolito dalla nausea e dalla paura, non ebbe la forza per opporsi a Zeus e ai fratelli.
Il Titano venne cos scagliato gi dal cielo e incatenato a un masso posto sotto il fondo del mare.
Zeus inizi immediatamente a consolidare la sua posizione, prima che i Titani, come era prevedibile dopo la sconfitta di Crono, si organizzassero e lo attaccassero per conquistare l'immenso potere appartenuto al loro feroce padre.
Dopo avere scelto il monte Olimpo come centro del comando, si attorni di un esercito di immortali per difendere la sua roccaforte.
Quando il nemico sferr l'attacco, fu la catastrofe. Per dieci anni i Titani bombardarono l'Olimpo senza un attimo di tregua e per dieci anni Zeus e i suoi soldati mantennero le loro posizioni.
Infine, non vedendo il termine di quella guerra, Zeus scese nel Tartaro, il baratro profondo nelle viscere della terra per liberare i Ciclopi e gli Ecatonchiri.
Prigionieri prima di Urano, quindi di Crono e per lungo tempo dimenticati, i figli di Urano si allearono allora con Zeus, loro salvatore, e non con i fratelli Titani.
Con gli Ecatonchiri e i Ciclopi al suo fianco, Zeus era pronto per distruggere il nemico. In piedi sulla vetta del monte Olimpo, il figlio di Rea scagli un fulmine dietro l'altro, fino a quando la terra sotto i piedi dei Titani si trasform in una poltiglia ribollente e il mare stesso and in fiamme.
Soltanto allora i nemici si arresero. Zeus, stremato dalla fatica, li incaten e li trascin nelle viscere della terra, dove li abbandon al loro destino di morte.
Per il re dell'Olimpo le prove non erano per ancora finite. Gea, un tempo benefattrice e protettrice del giovane dio, non tollerava pi quella devastazione provocata dalla sua ambizione. In un impulso di disperazione cre il mostro Tifone e lo mand a distruggere l'Olimpo.
Tifone era una bestia terribilmente forte e dall'aspetto spaventoso. I suoi occhi roteavano come quelli di un cane rabbioso e lanciavano fiamme, le sue cosce erano una massa strisciante di vipere, le sue mani e la lingua nera e fetida si contorcevano e si agitavano senza fine. Era cos alto che la sua testa toccava il cielo. Appena lo videro, gli dei scapparono verso l'Egitto.
Rimase soltanto Zeus, che coraggiosamente affront il mostro. Tuttavia, la differenza tra i due era evidente: Tifone intrappol Zeus nella rete dei terribili serpenti; Zeus cadde, e Tifone squarci con gli artigli il corpo del giovane dio.
Mentre stava per soccombere, il fratello Ermes intervenne, e riusc ad allontanare Tifone per qualche momento.
Zeus si rialz e si lanci al contrattacco, questa volta armato dei suoi terribili fulmini.
Tifone venne colto di sorpresa. Abbagliato dai lampi accecanti e bruciato dalle esplosioni, gridava per il dolore e, barcollando, si rifugi in Sicilia, dove Zeus lo raggiunse e lo imprigion sotto il monte Etna.
Il mostro rest per sempre rinchiuso nelle profondit della montagna, agitandosi disperato e sputando lingue di fuoco verso il cielo.
Zeus divenne cos il vero signore dell'universo. Chiamando a s i veterani
delle sue guerre, decret che l'Olimpo sarebbe diventato la casa permanente degli dei. L avrebbero vissuto nella gioia e nel piacere per i quali avevano combattuto a lungo.
Era giunto il momento che il sole salisse alto nel cielo e che il nettare scorresse a fiumi in celebrazione della loro vittoria. Un grido di gioia salut le parole di Zeus, seguito da canti e risate di allegria.
All'improvviso, il dio vincitore alz una mano chiedendo il silenzio.
"Prima dei festeggiamentiafferm " necessario sistemare una questione in presenza di tutti gli dei". Appoggiando le mani sulle spalle dei fratelli Ade e Poseidone, disse "L'eterna catena di sangue che ha colpito la nostra famiglia deve essere spezzata. Mai pi ci saranno violenze tra di noi. Per quanto mi riguarda, non ho alcuna intenzione di accentrare tutto il potere nelle mie mani, ma di condividerlo con gli altri dei. Per questo, il mondo verr diviso in tre regni, e la sorte decider chi di noi ne sar il signore supremo".
Cos dicendo, prese dei dadi. Uno dopo l'altro, i fratelli li lanciarono. Ade divenne cos signore degli Inferi, Poseidone del Mare e Zeus del Cielo.
Indubbiamente, Zeus aveva vinto il regno pi grande, ma la cosa non sorprese nessuno.
L'abilit di prevedere il comportamento dei dadi era ben piccola impresa in confronto ai grandi poteri di quel dio di suprema saggezza.
Tuttavia, la divisione dei regni era stata un trionfo di diplomazia e la posizione di Zeus come capo, saggio e giusto, era, per il momento, ben salda.
Sebbene per le giovani divinit avessero fatto tesoro della storia passata e avessero imparato a vivere nello stesso luogo senza complottare l'uno contro l'altro, finivano spesso per litigare per il loro desiderio di possesso, di un territorio come di una donna.
Generalmente, tali dispute erano poca cosa e venivano risolte grazie al diplomatico intervento di Zeus. A volte, per, anche la parola del dio degli dei non veniva ascoltata e l'orgoglio e l'avidit si impossessavano dei contendenti.
Un conflitto simile a questo scoppi fra Poseidone e Atena, la figlia dagli occhi luminosi di Zeus, la cui presenza scaten scompiglio sull'Olimpo.
Atena rappresentava infatti una minaccia vivente per tutti gli dei, e avrebbe condotto Zeus a tradire le promesse fatte.
Giovane dio impegnato a raggiungere la posizione pi alta fra gli immortali, Zeus aveva sposato Meti, l'ancella che aveva ingannato Crono.
Come era successo in precedenza al padre, anche Zeus divenne ossessionato dal timore che i figli da lui generati potessero ucciderlo.
Cos, quando la sua sposa gli comunic di essere incinta, riprese le abitudini dei suoi avi e inghiott la figlia appena nata. Tuttavia, appena ebbe compiuto quel gesto, se ne pent.
Lancinanti dolori cominciarono a trafiggergli la testa, e dopo giorni di agonia e martirio la fronte del dio si spacc in due.
Da l emerse Atena, vestita di una possente armatura e con in mano un giavellotto. Da quel momento, Zeus dedic ogni sua attenzione a quella figlia ambiziosa e ostinata, suscitando la gelosia e l'invidia delle altre divinit.
Quando Atena espresse il desiderio di diventare signora di Attica - una citt-stato particolarmente cara a Poseidone -gli immortali cominciarono a temere il peggio.
In quei giorni, Attica era governata da re Cecrope, uomo giusto e saggio. Quando Poseidone venne a sapere che Atena considerava Attica come una sua propriet, ordin a Cecrope di riunire immediatamente tutti i suoi sudditi. Il fratello aveva deciso di favorire i suoi figli? Molto bene; lui, Poseidone, dio dei mari e signore dei fiumi, avrebbe mostrato ai cittadini di Attica quale dio era degno della loro obbedienza. Sfid pubblicamente Atena.
Davanti alla folla riunita nella piazza principale, Poseidone scagli il suo tridente contro l'acropoli, e una sorgente di acqua salata zampill da una solida e millenaria roccia.
Forse emerse anche un cavallo (creatura ancora sconosciuta a quei tempi ai comuni mortali) ma su questo punto il mito non  chiaro.
Il gesto di Poseidone, per, serv a poco. Quando giunse il turno di Atena, la dea agit con grazia la mano in aria e sulla terra apparve un ulivo. L'eleganza di un simile gesto lasci la folla ammutolita.
Poseidone era sconvolto. In preda all'ira, si precipit sull'Olimpo dove costrinse i fratelli immortali a esprimere la loro opinione.
"Avete assistito alla sfida tra me e Atenaesclam "e dovete decidere chi deve essere il signore di Attica: io o lei?". 11 dilemma mise le divinit in un grave imbarazzo. Se contrariare Poseidone era pericoloso, l'idea di offendere la figlia di Zeus non era certo allettante.
Dopo interminabili discussioni, gli dei decisero di lavarsene le mani e di affidare ogni responsabilit su Cecrope, nominandolo giudice della disputa.
L'anziano re non ebbe alcuna esitazione: scelse Atena. Infuriato, Poseidone sommerse Attica con un'inondazione torrenziale. La citt riusc tuttavia a salvarsi grazie all'intervento di Atena e inizi a prosperare sotto il nome di Atene, che divenne la capitale del mondo mortale.
Poseidone e Atena risolsero i loro dissapori unendo le loro forze e trasformandosi in cospiratori ai danni di Zeus, spinti a un simile gesto da Era, moglie del dio degli immortali.
Stanca della ripetuta infedelt del marito, Era aveva infatti deciso di passare all'azione.
I sotterfugi utilizzati da Zeus per cercare di mascherare le sue scappatelle extraconiugali erano sempre molto fantasiosi ma raramente avevano successo.
Inevitabilmente, Era giunse al punto di non poter pi sopportare un simile comportamento.
Un mattino, dopo una notte di baldorie, il padre degli dei torn a casa, si scus e si ritir in camera per cercare di recuperare il sonno perduto.
Livida di rabbia, Era promise a se stessa che Zeus non avrebbe mai pi profanato il loro matrimonio.
Si precipit cos sulla terrazza assolata dell'Olimpo, dove Atena e Poseidone poltrivano annoiati.
Strappando loro di mano le coppe di nettare che stavano sorseggiando, li aggred verbalmente: "Per quanto tempo ancora permetterete a quel lussurioso di Zeus di dominare la vostra vita con i suoi capricci e le sue volgarit? Siete forse privi di orgoglio?  giunto il momento di porre fine a questa depravata tirannia!
Dovete agire adesso, mentre lui dorme profondamente".
Poseidone e Atena la guardarono attoniti, ma Era continu a fomentare la loro brama di potere e la loro avidit, fino a quando non li convinse a recarsi nella stanza di Zeus, dove il dio degli dei giaceva addormentato.
Gli assassini si bloccarono, incerti sul da farsi. Tuttavia, istigati da Era, legarono il loro signore con centinaia di funi, per tenerlo prigioniero mentre meditavano sulla mossa successiva.
Impegnati nella loro impresa, non notarono il leggero movimento dietro le tende: era Teti, l'amante di Zeus, che scivolava via silenziosamente per dare l'allarme.
La fanciulla si precipit da Briareo, il pi grande degli Ecatonchiri e fedele servitore di Zeus. Con il suo aiuto, Teti liber velocemente l'amante, che si svegli circondato da montagne di funi, mentre Briareo disfaceva febbrilmente gli ultimi nodi.
Appena Zeus venne messo al corrente dell'accaduto, si infuri con Era e per la prima volta - ma non fu l'ultima - la picchi, per punirla di aver reso di dominio pubblico problemi di carattere coniugale e di avere cospirato contro di lui.
Era per non cess di progettare vendette contro Zeus e le sue amanti. Quando seppe che la dea Latona aveva concepito un figlio con Zeus, promise a se stessa di fare tutto il possibile affinch n la madre n il figlio arrivassero alla fine della gravidanza.
Diede cos inizio a una caccia serrata, mentre la povera Latona vagava sulla terra alla disperata ricerca di un luogo dove potere dar alla luce la sua creatura.
Nessuna comunit mortale, dalla citt pi ricca al villaggio pi umile, l'avrebbe mai accolta. Ogni volta che raggiungeva un nuovo paese e bussava alle porte delle case, gli abitanti tiravano il chiavistello e le urlavano di andarsene. Ovunque Latona infatti andasse, Era il giorno prima aveva gi minacciato di terribili ritorsioni chiunque avesse osato mostrare un briciolo di piet nei confronti della sventurata dea.
L'impegno che Era profondeva nel suo accanimento contro la rivale era assoluto.
Promise a se stessa che se mai Latona fosse riuscita a partorire, lo avrebbe fatto in un luogo impenetrabile ai raggi del sole.
La sfortunata Latona si ritrov infine confinata su un'isola deserta al centro del mar Egeo, dove Poseidone ebbe piet di lei.
Per evitare di violare il giuramento di Era, sollev le acque del mare in modo da formare una cupola intorno all'isola, bloccando cos l'accesso ai raggi del sole. L, in quel buio voluto da Era, Latona diede finalmente alla luce una coppia di gemelli, Apollo e Artemide.
Il travaglio, lungo e doloroso, era durato nove giorni e nove notti. Era aveva impedito a Ilizia, dea delle levatrici, di raggiungere la sventurata fino a quando non fosse troppo tardi per la salvezza di madre e figli.
Artemide, la prima nata, si era alzata e aveva aiutato la madre durante il parto del fratello Apollo, divenendo cos la dea protettrice della gravidanza. Tuttavia, mentre Latona riposava dopo le fatiche del doppio parto, la sua acerrima nemica stava tramando un altro terribile attacco.
Era aveva infatti liberato Pitone e lo stava conducendo da Latona affinch la stritolasse fra le sue possenti spire.
Pitone era un drago-serpente creato da Gea durante la guerra dei Giganti, perch l'alleviasse dall'incombenza di allattare i figli pi violenti e ripugnanti.
Nato come schiavo e con il solo compito di uccidere, Pitone strisci soddisfatto dietro a Era, bramoso di seminare morte e dolore.
Quando il mostro raggiunse l'isola, si lev in tutta la sua terrificante altezza e si abbatt sullo scudo d'acqua che proteggeva Latona e i neonati.
Poseidone per non intendeva permettere a nessuno di disturbare la pace dei suoi protetti. Con il tridente agit le acque della cupola e il mostro venne scagliato via, in una miriade di squame.
Durante il lungo travaglio, Latona aveva fatto una promessa: se dopo quelle mille peripezie e il dolore provato fosse riuscita a dare alla luce un bambino, avrebbe supplicato il figlio affinch un giorno costruisse sull'isola il tempio pi bello che mai si fosse visto sulla terra.
Partorito, prese i gemelli e li port con s nella terra dei suoi avi. Non pass molto tempo prima che Apollo potesse onorare il giuramento della madre.
Quando la maggior parte dei bambini si muoveva appena nella culla, Apollo si reggeva gi sulle gambe, alto e robusto. Indossando una splendente armatura e armato di arco e frecce, il dio bambino cammin fino alla valle di Cressa, prima di fermarsi ai piedi di una collina per riposare.
Quando si svegli, la notte aveva avvolto il mondo intorno a lui. Seduto sotto le stelle, Apollo si rese conto di essersi perso e di non avere la pi pallida idea di dove si trovasse o di quale direzione dovesse prendere.
Arrampicatosi sulla cima della collina, il giovane guerriero si guard intorno, cercando di guardare oltre le ombre della notte. All'improvviso distinse poco distante da lui la figura di una giovane donna. Apollo non sapeva che quella era Telfusa, la ninfa della valle, che aveva visto il giovane entrare nel suo territorio e lo aveva seguito come un predatore, nascondendosi dietro gli alberi e i cespugli.
Non conosceva quello straniero e non sapeva perch si trovasse l, tutto quello che sentiva era il profumo degli dei e temeva per il suo piccolo regno.
Telfusa si avvicin al giovane e gli chiese che luogo stesse cercando, nell'udire la risposta, sorrise compiaciuta e indic una catena di montagne vagamente visibili alla luce della luna. Era l che doveva dirigersi, gli spieg, attraverso la stretta gola di Parnaso. Apollo ringrazi e scese velocemente lungo il versante della collina, non immaginando di essere stato tradito.
Il sentiero roccioso che attraversava la gola di Parnaso conduceva infatti in una sola direzione: verso Pitone. Il mostro si era infatti insediato in quella terra desolata, aspettando giorno dopo giorno l'arrivo di nuove vittime.
Apollo raggiunse il passaggio all'alba. Era appena entrato nella stretta gola che Pitone si scagli su di lui.
Avvolgendo il corpo intorno al dio, la creatura malvagia inizi a stritolarlo con una forza tale che avrebbe sgretolato una montagna. Apollo riusc per a liberarsi, a estrarre l'arco e a lanciare una freccia nella gola di Pitone. Con un ululato di dolore, il mostro inizi a sputare fiumi di sangue, e in preda a terribili convulsioni ne mor.
Quando Apollo torn da lei, dopo aver compiuto la sua missione, Latona affront e tenne testa alla malvagia Era, e mostr i gemelli a Zeus. Quest'ultimo li prese in braccio e li cull sulle ginocchia. Artemide rise felice e si mise a tirare la barba del padre.
Affascinato dalla bambina, Zeus le chiese che giocattolo dovesse costruire per divertirla. "Puoi chiedermi ci che vuoi, tutto  in mio poterele disse sorridendo.
Rest sorpreso, quando la piccola, dopo averlo fissato con espressione grave, cominci a elencare una serie di richieste.
"Come mio dominiogli disse "voglio le foreste, le montagne e tutti i luoghi selvaggi della terra; desidero inoltre una corte di ninfe che assecondino ogni mia volont e un arco d'argento per cacciare".
Dopo una breve pausa di silenzio, Zeus domand se la sua deliziosa figliola desiderasse ancora qualcosa.
"Srispose Artemide. "La verginit eterna". Nell'udire una simile richiesta, Zeus scoppi in una fragorosa risata e assicur alla figlia che tutti i suoi desideri sarebbero stati realizzati. L'ultimo, disse in seguito a Latona, era veramente strano per una figlia di Zeus.
Crescendo, i gemelli di Latona assunsero diversi doveri e sacre responsabilit. Artemide divenne la dea della luna, mentre Apollo dominava il sole e proteggeva le mandrie e le greggi della terra.
Il figlio di Zeus era inoltre il guardiano di una mandria sacra dedicata al padre. Fu in tale ruolo che divent la vittima di Ermes, figlio di Zeus e di Maia, la pi giovane delle Pleiadi, con cui il dio degli dei aveva consumato uno dei suoi numerosi adulteri.
Ermes era ancora in fasce quando gioc un tiro mancino ad Apollo. Lasciato solo nella culla, forse perch la balia lo credeva addormentato, Ermes scivol fuori dalla stanza e corse verso la terra di Arcadia. Su un versante della collina trov le giovenche di Apollo che pascolavano sui prati verdeggianti. Dopo aver radunato i cinquanta esemplari pi belli, li condusse in una caverna lungo le rive del fiume Alfeo.
Apollo non ud nulla. Quando quella sera cont le bestie e scopr il furto, part alla loro ricerca in direzione opposta a quella corretta. L'astuto Ermes era infatti riuscito a far camminare la mandria all'indietro, lasciando delle tracce che allontanavano dal luogo del loro nascondiglio.
Nel frattempo, Ermes si era concesso un ricco banchetto. Dopo aver scelto dodici esemplari, ne aveva bruciati undici come sacrificio agli dei e il dodicesimo lo aveva mangiato (gli storici affermano che l'offerta delle giovenche sia stato il primo sacrificio della storia umana).
Infine, lasciando le altre giovenche legate nella grotta, Ermes torn a casa, dove si infil nella culla e riprese a dormire beato.
Grazie alle sue doti magiche e alla parola di alcuni testimoni, Apollo scopr ben presto il nome del ladro di bestiame e and a cercarlo.
Ermes si proclam innocente ma Apollo, conoscendo la precocit dei membri della sua famiglia, trascin il bambino davanti a Zeus.
Con grande orrore di Apollo, Zeus sembr trovare l'intero episodio estremamente divertente, anche se ordin comunque al giovane dio di restituire immediatamente le giovenche sopravvissute.
Ermes obbed, accattivandosi cos l'affetto paterno. Apollo, disgustato da un simile comportamento, torn imbronciato ad Arcadia.
Ermes si fece per perdonare la marachella offrendo al fratello un dono che non solo lo riemp di gioia ma costitu una nuova fonte di piacere e bellezza per il mondo intero.
Passeggiando sulle rive di un torrente dell'Olimpo, Ermes trov il guscio vuoto di una tartaruga. Seguendo una felice intuizione, vi applic delle corde, le tir e produsse una dolce musica che affascin tutte le creature.
Udendo simili note portate dal vento, Apollo si precipit sull'Olimpo alla ricerca della fonte di quella musica. Nel vedere Ermes alle prese con lo strumento, si rabbui e si volt per andarsene, ma Ermes lo chiam e con un timido sorriso, gli don quello strumento: la lira. Incapace di rifiutare una simile offerta, Apollo scopr di essere particolarmente dotato e suon e cant per tutta la notte. Cos, grazie al dono di Ermes, Apollo divenne il dio della musica.
Ermes e Apollo, come tutti i figli di Zeus, rappresentavano la perfezione fisica. Soltanto uno dei rampolli del padre degli immortali era nato deforme: Efesto. I suoi piedi erano moncherini di carne informi; le anche sporgevano dal corpo creando una strana angolazione e la sua andatura era dolorosa e grottesca. I fratelli trattavano quel mostro con un disprezzo che a stento mascherava la loro paura. La piet non rientrava infatti fra le doti degli immortali.
Efesto era figlio di Zeus ed Era. Circolavano voci che fosse stato concepito durante il periodo di fidanzamento dei genitori, ma forse simili dicerie erano state messe in circolazione semplicemente per tormentare Era. Qualunque fossero state le circostanze del concepimento di Efesto, il ragazzo era fonte di continuo imbarazzo per l'orgogliosa madre.
Un giorno, mentre camminava tenendo di malavoglia il figlio in braccio. Era si accorse che alle sue spalle provenivano fragorose risate: si volt per guardare chi fosse l'insolente - non c'era nessuno - e quando torn a posare gli occhi sul figlio vide che era disteso per terra e non riusciva ad alzarsi.
Da terra, guardava la madre con occhi patetici.
Non potendo sopportare l'umiliante spettacolo del figlio storpio, Era si diresse con passo deciso verso di lui, paralizzato dal terrore, lo afferr per una gamba e lo scagli gi dall'Olimpo. Gli dei si affollarono sul crinale della montagna per guardare il bambino precipitare in mare, quindi applaudirono la decisione presa dalla moglie di Zeus.
Essendo immortale, Efesto sopravvisse, e la ninfa del mare Teti si prese cura di lui.
Nella tranquilla grotta sotto il mare, il ragazzo crebbe e almeno nella forza divenne un campione degno dell'Olimpo. Trascorreva le giornate dedicandosi alla creazione di meravigliosi oggetti artistici in legno, metallo e pietra. Ogni giorno sorprendeva Teti con regali da lui fabbricati. Mentre lavorava all'immensa incudine che lui stesso aveva inventato, Efesto si sentiva felice, e divenne il dio del fuoco.
La felicit per non gli bastava. Dopo nove anni trascorsi in fondo al mare, si rese conto che una parte di lui desiderava far pagare alla madre tutto il male che gli aveva fatto.
Cos, Efesto sfrutt la propria incredibile abilit manuale per forgiare un'arma con la quale vendicare il suo esilio dall'Olimpo.
Costru un trono di bronzo, lo decor con delicati intagli e lo invi in dono a Era. "Da parte di un ammiratore segretoscrisse sopra il regalo. Sorpresa da quel pensiero e affascinata dalla bellezza della lavorazione, la dea si sedette sul trono per bere una coppa di nettare.
Improvvisamente, delle barre di acciaio scattarono fuori dai braccioli del trono, immobilizzandola.
Terrorizzata, Era grid con tutto il fiato che aveva in gola ma gli dei, accorsi immediatamente, non poterono fare niente per liberarla: solo Efesto conosceva il funzionamento del meccanismo da lui inventato.
Quando le divinit scoprirono il nome del responsabile di quella trappola, mandarono Ares a rintracciare Efesto con l'ordine di percuoterlo fino a quando non avesse rivelato il funzionamento del meccanismo.
Quello che era stato solo un ragazzino storpio si era per trasformato in un uomo di grande forza e in un pericoloso rivale anche per il corpulento dio della guerra.
Gli immortali riuscirono soltanto a trascinare il fabbro fuori dal suo nascondiglio e a riportarlo sull'Olimpo ricorrendo al vino, un'arma che Efesto non conosceva. Lo fecero infatti ubriacare e lo condussero nella dimora degli dei.
Quando torn nuovamente sobrio, il giovane dio cre ancora pi scompiglio: grid infatti che il prezzo per liberare la madre era la mano di Afrodite. Non avrebbe accettato nient'altro, e qualsiasi tortura non sarebbe riuscita a strappargli il suo segreto. Era sarebbe rimasta incatenata per l'eternit.
Nell'udire quelle parole, un mormorio di disgusto si diffuse fra i presenti. L'idea di una possibile intimit della dea con quel mostro era decisamente sgradevole. Resasi conto delle espressioni inorridite dipinte sul volto degli immortali. Era non lasci loro un istante di pi per pensare. "Lasciategli prendere Afrodite!grid. La Regina del Cielo doveva essere liberata.
Ebbe cos inizio la storia del pi incredibile matrimonio avvenuto sull'Olimpo. La bestia Efesto prese la bella Afrodite in sposa e da allora conobbe soltanto dolore e tristezza. Efesto adorava la moglie e fece di tutto per renderla felice. Afrodite per rifiutava i magnifici doni che lui le regalava, sfuggiva le sue carezze e inizi a incontrarsi con numerosi amanti. Fece chiaramente capire ad Ares, il dio della guerra, che nel suo letto ci sarebbe stato posto per lui non appena il marito si fosse assentato.
Il dio della guerra, ovviamente, non se lo fece ripetere. Tuttavia Efesto non era uno stupido. Un giorno disse alla moglie che un'opera alla quale stava lavorando necessitava di particolare attenzione e che per questo avrebbe dovuto assentarsi per diversi giorni. Afrodite recit la parte della moglie addolorata e salut rattristata il marito. Nel giro di un'ora, era distesa sul letto nuziale insieme ad Ares. Efesto non era andato molto lontano: si trovava infatti sul tetto della casa.
Il suo ultimo capolavoro era sospeso al soffitto della camera da letto: una enorme rete di bronzo. Con un grido di trionfo, Efesto tagli le funi che tenevano la sua creazione legata al soffitto: essa cadde sul letto imprigionando la coppia fedifraga nella posizione pi compromettente.
Sghignazzando nervosamente, il marito tradito scivol gi dal tetto e zoppic per tutto il monte Olimpo, invitando gli immortali ad assistere allo spettacolo che aveva organizzato per loro.
Quando seppero che lo spettacolo consisteva nel guardare i corpi nudi e avvinghiati di Ares e Afrodite, le dee rifiutarono di seguire Efesto. Gli dei, al contrario, si lasciarono allettare dall'idea di una simile visione e si accalcarono nella stanza, dove fecero a gomitate per conquistare la posizione migliore.
Quella parte del piano si ritorse per contro Efesto: la vista di Afrodite nuda infiamm di desiderio Ermes e Apollo al punto tale che entrambi giurarono a se stessi di prendere la fanciulla come amante. In una sola volta, Efesto aveva triplicato il proprio dolore e si era guadagnato la pericolosa disapprovazione di Zeus, che aveva particolare interesse a impedire la diffusione di tattiche simili da parte di mariti sospettosi, poich l'appetito sessuale di Zeus era d'altra parte insaziabile e il dio degli dei prendeva in considerazione ogni possibile mezzo per conquistare le sue prede.
Era apparso alle sue innumerevoli amanti sotto forma di toro, di cigno, di nuvola e persino di pioggia d'oro. Zeus non limitava la sua passione per il sesso femminile a ninfe o dee; avendo creato le donne mortali per popolare la terra, si rese conto di avere aperto la porta a un nuovo mondo di potenziali conquiste. Tuttavia le avventure amorose con le sue creature pi belle non sempre erano prive di complicazioni come lui avrebbe sperato. Questa lezione gli fu insegnata da Era, quando scopr che il capriccioso marito si era infatuato di Semele, la figlia del re Cadmo.
Il fatto che la fanciulla fosse una mortale non serv a migliorare l'umore di Era, che come una furia si precipit sulla terra alla ricerca della ragazza. Trasformatasi in una vecchietta grinzosa ma gentile, si present a Semele nei panni di una governante pronta a offrirle i suoi servigi.
La principessa, che dopo la prima visita del dio degli immortali sospettava di essere incinta, assunse la donna di buon grado. Finalmente aveva trovato una spalla su cui piangere, poich le ancelle che l'avevano cresciuta fin dalla nascita non avrebbero esitato ad andare da suo padre per rivelargli la condizione della figlia.
Era spazzolava i lunghi capelli di Semele, mentre la ragazza le apriva il cuore, e trasaliva mostrando finta sorpresa alla descrizione del misterioso amante. Venendo a sapere che l'uomo aveva promesso a Semele qualsiasi cosa gli avesse chiesto, la falsa governante le diede un consiglio: "Perch non insistete affinch vi riveli la sua vera identit? Dopotutto, una ragazza ha diritto di sapere il nome del padre di suo figlio". Semele accett il consiglio, dopodich augur buona notte alla sua confidente. Nel cuore della notte, lontano da occhi mortali e immortali, Zeus scivol nella camera di Semele, come gi aveva fatto molte altre volte, e si sdrai accanto a lei. La principessa era sveglia e teneva lo sguardo fisso sul soffitto. Il consiglio di Era aveva fatto nascere in lei una terribile ansia: chi era quello sconosciuto che notte dopo notte si infilava nel suo letto? Non era mai riuscita a vedere nemmeno il profilo del suo volto e per quel che ne sapeva, poteva essere anche un demonio.
Agitata e in lacrime, Semele preg Zeus di rivelarle la sua identit, di mostrarsi a lei. Il silenzio di Zeus fu pi eloquente delle parole. La principessa per non si diede per vinta e, sottraendosi alle sue carezze, insistette. "Avete promesso di darmi tutto ci che voglio. Ebbene, desidero soltanto questo: vedere il vostro volto. Siete un uomo d'onore oppure no?". Zeus si eresse allora in tutta la sua possente figura liberandosi del corpo mortale. Lampi e bagliori accecanti illuminarono la notte, il palazzo di Cadmo inizi a tremare e Semele fu incenerita dall'incredibile luminosit e bellezza del suo amante, una bellezza che nessun mortale poteva sopportare.
L'orgoglio e il narcisismo avevano portato Zeus a cadere nella trappola tesagli da Era e avevano fatto di lui l'assassino della sua amante.
Frugando fra i resti inceneriti della principessa, Zeus recuper il feto mortale che la donna aveva portato in grembo e fece una promessa a se stesso: la madre mortale era rimasta uccisa a causa della sua follia e ora lui avrebbe protetto e fatto crescere dentro di s quel bambino.
Si incise cos la coscia, vi infil il feto e ricuc la ferita.
Era per non si considerava ancora soddisfatta. Bruciava dal desiderio di eliminare qualsiasi traccia dell'amore fra il marito e la principessa mortale e per questo doveva assolutamente uccidere il bambino. Ben conoscendo le tendenze omicide della moglie accecata dalla gelosia, Zeus temeva per la creatura che cresceva dentro di lui. Quando la pelle della coscia divenne cos tesa che pareva stesse per scoppiare, liber il piccolo e lo sollev alla luce. Lo chiam Dioniso e lo affid alle cure di Ino, la sorella di Semele, convinto che Era non lo avrebbe cercato nel mondo mortale.
Era invece, non solo sapeva dove si trovava Dioniso, ma aveva anche gi reclutato i Titani affinch l'aiutassero a ucciderlo. Con un movimento del braccio, sparpagli i semi della pazzia sulla casa di Ino. Con uno sguardo soddisfatto, osserv gli abitanti del palazzo riversarsi per la strada. I servi abbaiavano come cani e si azzannavano l'uno con l'altro in preda a una furia distruttrice; Ino, schiumando dall'angolo della bocca, strapp il cuore al fratello e cerc di divorarlo; il piccolo Dioniso, lasciato solo, correva piangendo, e fin nelle grinfie dei Titani, che afferratolo lo squarciarono e gettarono i pezzi del corpo sanguinante in un calderone bollente.
Dioniso sopravvisse. La dea Rea, nonna del bambino, recuper i pezzi del suo corpo attaccati alle pareti del calderone e li strinse al petto. Ricorrendo ai suoi poteri di fertilit, riport la vita nei resti di Dioniso, che resuscit. Zeus programm allora il futuro del bambino con grande attenzione. Su suo ordine, Ermes, signore dei travestimenti, trasform Dioniso in un ariete e lo condusse di nascosto ai piedi del monte Nysa. L, una volta riacquistato il suo aspetto mortale, il bambino venne allevato e curato dalle ninfe, cos come era avvenuto per lo stesso Zeus. Le fanciulle lo nutrirono con latte e miele e il giovane Dioniso crebbe forte e bello, degno rappresentante delle pi alte vette dell'Olimpo.Era, tuttavia, aveva altri progetti per il ragazzo. Grazie alla sua rete di spie, venne ben presto a sapere dell'incredibile resurrezione e della fuga, e riusc anche a scoprire il luogo in cui era nascosto Dioniso.
Posando lo sguardo sul monte Hysa dall'alto della vetta dell'Olimpo, Era si lasci sfuggire un sorriso soddisfatto, certa che quella volta avrebbe colpito il bersaglio, e che il risultato della seduzione di Semele sarebbe stato cancellato per sempre. Era mescol una maledizione alle gocce di pioggia che cadevano sui versanti coperti di vigne del monte Nysa: Dioniso avrebbe trascorso la vita in uno stato di perenne ubriachezza.
Sperava cos che il ragazzo dissipasse la propria vita negli eccessi e che Zeus fosse costretto a ripudiarlo.
Ancora una volta Era non riusc nel suo intento. Non aveva infatti tenuto conto della presenza accanto a Dioniso di Sileno, incorreggibile canaglia ma amico fedele. Quando la maledizione colp Nysa, Sileno cap subito che in ci che stava accadendo c'era lo zampino di Era. Barcollando ubriaco, riusc a caricare il ragazzo su un somaro e a partire alla volta dell'Oracolo. Insegnante e allievo

scoprirono cos la natura delle loro pene: il succo fermentato dell'uva aveva il potere di rallegrare, eccitare, ispirare e persino condurre alla pazzia. Armati del loro sapere, Dioniso e Sileno partirono per una missione: fare conoscere ai mortali quel delizioso nettare chiamato vino.
Tuttavia l'arma di Era si rivel estremamente potente, n tutore, n allievo erano in grado infatti di controllare il quantitativo di vino bevuto: i piaceri dell'intossicazione alcolica erano troppo forti. Dopo breve tempo, il loro viaggio degener in un'odissea di scontri, litigi, lussuria e omicidi. Un esercito di satiri (creature mezze uomini e mezze capre) si radunarono intorno al giovane dio e vennero contagiate dalla sua pazzia. Ovunque andasse, Dioniso veniva seguito da quella legione di esseri dissoluti. Ovunque si fermasse, aveva inizio un'orgia di baldoria selvaggia. Dioniso era il fulcro di un pericoloso carnevale itinerante.
Rea, protettrice di quello sfortunato nipote, seguiva il vagabondare di Dioniso con crescente ansia. Le sembrava che fosse giunto il momento di intervenire e riportare il giovane alla ragione, ma cos rischiava di suscitare l'ira funesta di Era. Alla fine si decise: interruppe il viaggio del giovane dio a Firgia, recuper il ragazzo e grazie a riti e incantesimi dissolse la sua pazzia.
Una volta rinsavito, spieg a Dioniso che era giunto per lui il momento di prendere il suo posto ai livelli pi alti dell'Olimpo ma, prima di tutto, che doveva raggiungere la tranquilla isola di nasso e prepararsi per quel destino che aveva evitato tanto a lungo.
Dioniso valut il suo esercito di rivoltosi e comprese che quello era un viaggio che avrebbe dovuto intraprendere da solo.
Lasciati i compagni all'ebbrezza del vino, il giovane dio si allontan silenziosamente nel cuore della notte, aprendosi un varco nella foresta e dirigendosi verso il porto. Attraccato alla banchina, rollava dolcemente un piccolo vascello. Dioniso scorse dei marinai al lavoro: la nave stava preparandosi per salpare. Correndo lungo il sentiero, il giovane chiese se stessero partendo per nasso. I marinai lo guardarono incuriositi, poi, dopo un istante di silenzio, gli diedero risposta affermativa e lo invitarono a bordo. Senza farselo ripetere, Dioniso salt sulla nave, si sistem su un mucchio di stracci a prua e si addorment.
Quando si svegli, il sole era alto in cielo. Guardando oltre il parapetto della nave, intravide una lingua di sabbia allungarsi all'orizzonte. " quella nasso?"
domand, "Norisero i marinai. "Quella  la terra d'Egitto, dove tu e tutti gli altri passeggeri sarete venduti come schiavi".
"Vi consiglio di rinunciare ai vostri piani e di prendere la via per Nasso". I pirati sghignazzarono divertiti. Fu allora che Dioniso colp. All'improvviso, il ponte della nave venne invaso da fiumi di vino; viti immense emersero dall'albero maestro e strisciarono sulle vele, facendole crollare; bestie feroci, dall'aspetto terrificante, saltarono dai boccaporti e si sparpagliarono sul ponte. Lo stesso Dioniso si trasform in un leone e attacc i marinai, che terrorizzati cercarono di difendersi con i remi. Quando questi ultimi si trasformarono in serpenti, gli uomini dell'equipaggio si buttarono in mare in preda al terrore. Appena toccarono l'acqua, il giovane dio li trasform in delfini.
Solo al timoniere della nave venne risparmiato un simile destino.
Sollevandolo di peso, Dioniso gli domand: "Possiamo dirigerci verso Nasso, ora?". Incapace di aprire bocca, il marinaio vir la nave e punt la prua verso l'isola greca.
Dioniso, per questa sua impresa e per altre meraviglie, divenne famoso tra gli uomini, e soprattutto tra le donne, come un dio grande e potente.
Ovunque lui si fermasse, le appartenenti al gentil sesso accorrevano a frotte per partecipare ai suoi riti orgiastici.
Qualcuno sostenne che quella fosse la vera ragione dell'odio di Era nei confronti del figlio di Zeus.
La libert sessuale alla quale spingeva il suo culto minava l'istituzione del matrimonio, di cui Era si poneva come guardiana e protettrice.
Prima di raggiungere l'Olimpo, il dio selvaggio Dioniso si lanci nelle profondit degli Inferi, dove trov la madre Semele raggomitolata nell'oscurit. Ricorrendo ai suoi poteri divini, la riport nel mondo dei vivi.
Fu il tempo, infine, a raffreddare la frenesia del giovane dio, che si decise a salire sull'Olimpo.
L, la dea Estia, custode dell'armonia domestica, gli cedette il posto fra gli immortali, cos che la compagnia delle somme divinit non superasse il sacro numero di dodici.
Con l'arrivo di Dioniso, l'assemblea del monte Olimpo era finalmente completa e ogni aspetto del temperamento umano (dall'amore all'aggressivit, dalla legalit all'anarchia) aveva la sua incarnazione nel pantheon.
Gli dei non regnavano come esseri misteriosi senza volto, bens come specchio dell'umanit.

Una sposa per l'oltretomba.
Un tempo, il mondo non conosceva il freddo dell'inverno e i fiori di tutte le stagioni fiorivano insieme in una festa di profumi e colori. Poi, il dolore di una madre per la perdita della figlia determin un cambiamento che sarebbe durato in eterno. Ecco che cosa accadde.
 Persefone era la figlia di Demetra, dea greca protettrice dei campi e dell'agricoltura. Un mattino, la ragazza si allontan da casa per passeggiare fra i prati in fiore della Sicilia e raccogliere un fragrante bouquet per la dimora materna. Impegnata nella ricerca dei boccioli pi belli, Persefone non udiva il canto dell'usignolo, n il ronzio degli insetti. Un improvviso schiocco, come quello di una frusta, ruppe la pace del mattino. Persefone vide un baratro aprirsi sotto i suoi piedi. Dall'immensa fessura giunse improvviso un vento gelido, che le strapp dalle braccia i fiori e le scompigli i capelli. Quattro cavalli neri apparvero dall'oscurit trainando un cocchio lucente. Il cocchiere, tenendo le redini ben salde in mano, si pieg verso la fanciulla spaventata, l'afferr per la vita e la sollev di peso.
 Quindi, girando i cavalli, scomparve nel baratro dal quale era venuto. La terra si chiuse sopra di loro e sui campi scese nuovamente il silenzio.
 Inizialmente, Demetra cerc di scusare la prolungata assenza della figlia: forse non si era resa conto dello scorrere del tempo mentre chiacchierava con le ninfe o forse si era addormentata sulla riva del fiume dopo aver nuotato. Come una qualsiasi madre mortale in una situazione simile, l'umore di Demetra mutava continuamente. Un istante era furiosa per l'avventatezza della figlia e quello dopo tremava temendo le fosse accaduto qualcosa. Quando scese l'oscurit, Demetra sapeva che non avrebbe potuto dormire fino a quando non avesse visto Persefone.
 Inizi cos un'estenuante ricerca nel mondo. Giorno e notte vagava per monti e colline, valli e spiagge, urlando con quanto fiato aveva in gola, fino a quando la voce divenne soltanto un sussurro roco e gli occhi si cerchiarono per il dolore e la stanchezza.
 Infuriata per l'ingratitudine di quelle terre un tempo amate ma sulle quali ora non trovava traccia di Persefone, lanci su di esse una maledizione. I germogli appassirono, i frutti maturi marcirono, la muffa copr foglie e fiori. Il popolo affamato invoc Zeus, mentre le scorte di cibo diminuivano. Per le loro offerte per non avevano n grano n vino da donare al loro dio.
 Disperata, Demetra torn in Sicilia e riprese le ricerche. Finalmente, dove le acque di un ruscello sotterraneo salivano in superficie per alimentare uno stagno protetto, incontr una ninfa, che aveva udito lo scalpiccio di cavalli e le grida di una fanciulla echeggiare nelle grotte e nei passaggi sotterranei. La ninfa diede a Demetra un nastro che Persefone doveva avere lasciato cadere mentre cercava di sottrarsi a colui che l'aveva catturata. Questi altri non era che Ade, dio degli inferi.
 Demetra si precipit sull'Olimpo. Infuriata perch un suo simile le aveva procurato un tale dolore, chiese che Zeus usasse il suo potere per imporre ad Ade di restituire la libert alla fanciulla. Indicando i campi aridi e vuoti, Demetra giur che niente sarebbe pi cresciuto fino a quando non le fosse stata restituita la figlia.
 Sapendo che Ade da tempo nutriva una segreta passione per Persefone, Zeus non rest sorpreso dalla notizia. Fedele alla sua natura lasciva, aveva pi simpatia per la lussuria di un amante che per il dolore di una madre. Tuttavia non poteva permettere che la carestia decimasse i mortali.
 Decise cos di inviare Ermes, suo messaggero, nel regno dell'oltretomba per cercare di persuadere Ade. Chiese al fratello di rinunciare ai propri desideri per il bene dell'umanit.
 Ermes trov Ade impegnato a sussurrare dolci parole a una silenziosa Persefone. Dopo la violenza del rapimento, il dio cercava di conquistare la fanciulla con la gentilezza e la dolcezza. Descriveva in modo cos toccante il suo amore che avrebbe vinto la resistenza di qualsiasi donna, ma Persefone era ancora troppo addolorata persino per riuscire a bere e a mangiare.
 Ade ascolt il messaggio di Ermes con grande tranquillit. Riflett un istante, quindi afferm che avrebbe riportato lui stesso Persefone dalla madre. Mentre i servi attaccavano i cavalli, inizi a sbocconcellare una melagrana e ne offr met alla fanciulla. Con gli occhi bassi, Persefone scosse la testa. Lui gliene offr un quarto. Ancora una volta lei rifiut, anche se l'ombra di un sorriso comparve sul suo viso triste. Come se volesse afferrare quel sorriso, il primo da quando la fanciulla era giunta in quel luogo, Ade le sfior la bocca con la punta delle dita e, come per

caso, le lasci scivolare sulle labbra un seme di melagrana.
 Appena i cavalli furono pronti, la coppia sal sul cocchio.
 Quando i destrieri partirono al galoppo, Persefone si inumid le labbra con la lingua. Cos facendo, il seme le entr in bocca e, inconsapevolmente, lo inghiott.
 Le sale della reggia di Zeus echeggiarono della gioia di Demetra, quando rivide Persefone. Madre e figlia si abbracciarono felici. Quella felicit tuttavia si trasform nuovamente in dolore, appena Ade parl del seme inghiottito e ricord ai presenti l'esistenza di una legge antica e immutabile: a chiunque si spostasse dal regno in superficie a quello sotterraneo era vietato mangiare o bere. Chi violava la legge era destinato a restare per sempre nell'oscuro e inquieto regno dell'oltretomba.
 Demetra abbass il capo, accettando una legge che non poteva essere cambiata.
 Avendo perso Persefone, decise di abbandonare l'Olimpo. Orti, campi e giardini sarebbero rimasti aridi per sempre. Niente sarebbe pi cresciuto sulla terra.
 Zeus afferr Demetra per la mano e allung un braccio sulle spalle di Ade. Ci deve essere, afferm, un compromesso per evitare un simile disastro. Venne cos deciso che Persefone avrebbe trascorso due terzi dell'anno con la madre e i rimanenti quattro mesi avrebbe vissuto con Ade come sua regina.
 Da quel giorno, quando Demetra piangeva l'assenza di Persefone, l'inverno avvolgeva la terra. Al ritorno della fanciulla per, campi e giardini si riempivano dei fiori fragranti della primavera.

La Morrigan: Regina Spettrale della Guerra La Morrigan, regina suprema e dea dei Tuatha de Danann, soprintendeva al benessere e ai conflitti di quel popolo fatato contro i Firbolg per il possesso della terra d'Irlanda. I bardi e gli arpisti, che di notte accompagnavano con canti i guerrieri e li aiutavano a riposare dopo dure giornate di cruente battaglie, concepirono il seguente paradosso: la Morrigan non era una dea, bens una trinit. Era un singolo spirito di grande ferocia, in possesso di almeno tre nomi diversi e di tre identit separate.
Quando con il sangue versato in battaglia compiva misteriose magie, veniva chiamata Macha. Il nome Badb le veniva invece attribuito quando si trasformava in un essere gigantesco e prediceva ai soldati il futuro che li attendeva in battaglia. Era infine conosciuta anche come Neman, l'essere che mutava forma e figura. Tutte e tre erano solite scivolare nel corpo di cornacchie nere per sorvolare i campi di battaglia in attesa di potersi nutrire della carne delle vittime.
Sebbene fosse feroce e largamente temuta dagli stessi Tuatha de Danann e dai loro nemici, la trinit impegnava la sua forza sovrumana per volgere le sorti delle battaglie in favore dei Tuatha. I menestrelli amavano ricordare il giorno in cui la Morrigan prepar la sconfitta dei Firbolg con tempeste di fuoco, grandine di rane e torrenti di sangue che trasformarono il terreno in un pantano scivoloso.
Rallentando cos l'avanzata nemica, la dea permise ai Tuatha di riunire tutte le loro forze, affilare le armi e vincere non solo la battaglia ma anche l'Irlanda.

Mietitrice dei campi di battaglia Al termine d una battaglia, Macha, la dea della guerra, assumeva le sembianze di un corvo nero e guardava i corpi dilaniati che venivano ammucchiati davanti a lei. Quelli dei Tuatha venivano sepolti con tutti gli onori, mentre quelli nemici venivano amputati. Le teste venivano impalate su lance e disposte in cerchio per tributare il dovuto onore alla regina della guerra, niente la compiaceva in modo pi entusiasmante di questo.
Come ammonimento a tutti i nemici della dea, quei trofei, conosciuti come "I Pennoni di Macha", svettavano in mezzo alle pianure perch tutti potessero vederli, mentre gli uccelli, il vento e la pioggia facevano scempio di loro.

Signora del dolore Colei che amava la guerra doveva amare anche la morte e quindi celebrarla in una triste estasi di dolore e lamenti. Alcuni cronisti sostennero che, fra le tre incarnazioni della Morrigan, fu l'elusiva ed enigmatica Neman a ideare l'arte del lamento funebre.
I lamenti rituali costituivano la musica che accompagnava gli spiriti dei morti nella loro dimora eterna. Strappati inizialmente dalla gola di vedove gementi, quei canti divennero prerogativa di un gruppo di corvi neri.
Quando i carri carichi di cadaveri tornavano dai campi di battaglia, i lamenti riempivano l'aria e coprivano l'ululato del vento che soffiava dal mare.
Narra la leggenda che ogni qualvolta i corvi gracchiavano sorvolando i corpi caduti, nella valle echeggiava la voce della dea Morrigan.

Capitolo TRE.

Gli Abitanti dell'Eternit.

Di tutti i saggi del mondo, nessuno come i poeti e i mistici dell'India riusc a raccontare di misteriose esistenze immerse nel tempo pi antico, un tempo in cui gli dei dominavano l'universo e le energie cosmiche originarie vagavano libere nell'eterno mistero della vita.
nell'aria polverosa della grande pianura centrale, gli anni trascorrevano silenziosi. A sud, lungo la grande costa del Coromandel, le ossa di milioni di generazioni di animali, i gusci di lumache e le squame delle creature marine venivano interrate nella sabbia dall'incessante infrangersi delle onde sulla spiaggia, nel lontano nord, il vento e l'acqua erodevano le catene montuose, plasmandole di nuove forme e dimensioni.
I saggi di quella terra percepivano il tempo come circolare. Era un serpente che si mordeva la coda, un cerchio infinito di creazione e distruzione che assisteva al passaggio di infiniti universi, ognuno dei quali possedeva il proprio cielo e la propria terra. A ogni nuova creazione, gli esseri umani rinascevano per gioire o piangere, a seconda di quella che era stata la loro condotta nelle vite precedenti. Gli dei, perfetti e immortali, riapparivano immutati in ogni nuovo universo per manipolare la natura. Tali divinit avevano ben poco in comune con quelle del mondo occidentale. Gli antichi dei greci, pur essendo immortali, possedevano caratteristiche umane. Le loro guerre, le loro passioni e le loro dispute familiari avevano dimensioni cosmiche ma caratteristiche umane, e gli dei condividevano le debolezze dei mortali.
Le divinit indiane, al contrario, erano creature incommensurabili all'uomo, ultraterrene. In caverne nascoste e in templi sacri, le immagini dipinte e scolpite degli dei incutevano timore: avevano molte braccia, teste di elefante o di scimmia, e molte erano dipinte dei colori dell'arcobaleno. Questi dei, come tutte le divinit, erano in grado di assumere forme e sembianze diverse a loro piacimento. In alcune ere, assunsero nomi e corpi nuovi senza sacrificare le essenziali e ineffabili qualit che facevano di loro ci che erano. La loro saggezza era profonda, la loro intelligenza acuta, eppure non erano privi di emozioni umane, come l'amore e la paura, l'odio e il dolore, la gelosia e la felicit.

Le loro gesta ispirarono una vasta raccolta di poesie e leggende, e i saggi di ogni epoca aggiunsero i loro racconti di meraviglie alla gi ricca tradizione letteraria: storie d'amore, resoconti di battaglie epiche fra dei e demoni, saghe di nascite, morti e rinascite.
Raramente i narratori erano precisi per quanto concerneva la cronologia. Gli avvenimenti da loro raccontati avvengono in un'epoca imprecisata e distante, che potrebbe essere stata agli albori della nostra epoca o rappresentare il crepuscolo di un'altra.
Il regno dei cieli, che si estendeva lungo le cime innevate della catena dell'Himalaya, era affollato di esseri divini. Le grandi divinit (Brahma, il Creatore; Vishnu, il Conservatore e Siva, il Distruttore) erano signori dei picchi montani. Il loro potere sublime era come quello del sole, che poteva creare col suo calore, preservare con la sua luce e distruggere con i suoi raggi roventi. Amore, fortuna, fuoco, pioggia e tutti gli altri elementi dell'universo erano in mano a una miriade di divinit minori che vivevano all'ombra dei grandi signori del cielo.
Le pendici delle montagne ospitavano i numerosi e litigiosi discendenti di Brahma, le divinit minori chiamate Asura e Deva. Gli Asura erano creature dalle cui anime deformi erano sorti corpi deformi. Dotati di zanne, corna e artigli, avevano il busto d'uomo e la testa d'animale. In opposizione a loro, i Deva, spiriti dall'animo gentile, amavano i grandi dei e agivano in loro favore. Inutile aggiungere che le due razze divine erano in continua guerra.
I poeti raccontano per una storia in cui tutti i contrasti vennero eliminati e dei, dee e demoni lottarono per una causa comune. Ecco che cosa accadde.
Il dramma avvenne in un momento cruciale della storia del tempo, quando un vecchio universo scomparve e, dal vuoto, ne emerse uno nuovo.
Dopo che il mare ebbe sommerso il vecchio mondo durante una marea crescente e distruttrice, le acque turchesi si ritirarono per rivelare una nuova terra. Fiori gialli e alberi di melograno sbocciarono su quel nuovo tappeto erboso e mandrie di bestiame ed esseri umani si riempirono i polmoni di una dolce aria che nessuno aveva mai respirato.
I grandi dei dormirono a lungo quel primo mattino della nuova creazione. Anche l'alba illumin lentamente le montagne, emergendo dall'abbraccio di Ushas, dea del mattino. Sulla vetta del monte Meru, la pallida luce del mattino si infil nelle migliaia di finestre ad arco che impreziosivano il palazzo di Brahma. Il dio della creazione dormiva accanto alla moglie Sarasvati, dea della saggezza, la cui bellezza aveva provocato la comparsa delle quattro teste di Brahma, per la volont del dio di poter contemplare in tutto il suo splendore ogni sfumatura della sua avvenenza.
Sul monte Kailasa, l'alba filtr nel paradiso di Siva, creando arcobaleni nella nebbia sopra le cascate dell'impetuoso Gange che si tuffavano nel giardino del dio. La luce illumin il volto ascetico di Siva in meditazione e della bellissima Parvati, ancora addormentata nel talamo nuziale.
Dal giardino di Siva e Parvati, il Gange seguiva il suo corso fino a Vaikunta, la citt divina di Vishnu. La luce del mattino scintillava sulle cupole dei templi d'oro che si ergevano per chilometri e chilometri sulle montagne e sul palazzo del dio che sbucava dalla nebbia del mattino. L, disteso su un letto di fiori di loto, Vishnu dormiva, in perfetta solitudine.
Quando il pallore dell'alba si trasform nella luminosit del nuovo giorno, gli immortali aprirono gli occhi e finalmente si alzarono, assetati per il gran caldo. Sebbene si fossero appena svegliati provavano un forte senso di spossatezza e la loro sete non bramava le fresche e sacre acque del Gange. In quel primo giorno del nuovo mondo, le divinit erano deboli per la mancanza di amrita, il nettare che costituiva l'essenza della loro forza e immortalit.
nella sua ultima e terribile inondazione, il mare aveva infatti inghiottito tutti i beni pi preziosi degli dei e molti di quelli (l'albero celestiale che esaudiva ogni loro desiderio, la mucca dell'abbondanza che appagava ogni loro esigenza, il cavallo alato il cui volo era pi veloce del pensiero) non erano ancora riemersi con la rinascita del mondo. L'amrita si era dissolta nel mare in una miriade di goccioline e sarebbe passato un po' di tempo prima di riottenerla.
Sulle pendici sotto i cieli, le divinit minori erano anch'esse assetate della miracolosa bevanda, sebbene non l'avessero mai gustata. A differenza delle divinit, i Deva e gli Asura erano creature mortali, e nelle battaglie molti di loro morivano. Poich un solo sorso di amrita era sufficiente per donare l'immortalit, i Deva desideravano ardentemente essere giudicati degni di possederla e quindi di poterla ricevere in dono dai grandi dei. Gli Asura, invece, si aggiravano sempre intorno ai cancelli del paradiso, sperando di poterla rubare.
Ora per la preziosa amrita non c'era pi. Sapendo di dovere unire le loro forze per ottenerla nuovamente, gli immortali decisero di riunirsi in consiglio nel palazzo di Vishnu. Brahma e Sarasvati salirono sul grande cigno dalle piume argentate che, aperte le grandi ali, si libr in cielo. Un suono stridulo giunse fino a loro dai campanacci che adornavano il corpo massiccio di nandi, il toro bianco, che portava in groppa Siva e Parvati. Al disotto delle alte vette, dove i colori brillanti della terra appena creata scintillavano sotto il sole, potevano vedere le moltitudini di divinit minori che si recavano a Vaikuntha.
Gli dei si incontrarono davanti ai cancelli del palazzo di Vishnu. All'interno, le gambe piegate nella posizione del loto, il dio sedeva su Sesha, il serpente avvolto a spirale che costituiva il suo trono. Con una mano protesse gli occhi dal bagliore della sala del trono e sollev stancamente le altre tre per dare il benvenuto a Siva e Parvati, a Brahma e Sarasvati e a tutti gli altri esseri divini dietro di loro. Anche lui, come gli altri, era assetato di nettare sacro.
con una serie di contrazioni muscolari che mossero il suo corpo come un'onda muove l'oceano, Sesha dispose le sue spire in modo tale da formare nuovi troni per ospitare i grandi dei e le loro consorti.
Avvicinandosi l'una all'altra, le divinit parlarono del prezioso liquido che galleggiava nell'immenso oceano. Sapevano che era l, eppure nemmeno occhi divini erano in grado di scorgerlo. Nemmeno le dita pi forti avrebbero potuto trattenerlo. Parlando quasi fra s e s, Sarasvati defin il nettare "la panna del mare latteo". Le sue parole sembrarono provocare una scarica di energia in Brahma.
"L'oceano  davvero un mare di latteafferm "e noi lo agiteremo come in una zangola. Con un bastone legato a una fune, faremo salire a galla la panna".
Nella sala cal il silenzio. Il mare primordiale era pi vasto delle immense distese del deserto del Rajasthan, ed era cos profondo da poter inghiottire tutte le citt di mortali e immortali. Nemmeno l'albero pi alto della foresta pluviale sarebbe stato sufficientemente grande per creare un bastone con il quale agitare le acque; persino le funi magiche, in grado di sollevarsi da sole, sarebbero state spazzate via dalle forti correnti oceaniche.
Brahma spieg che la prodigiosa zangola non sarebbe stata n di legno n di canapa. "Sradicheremo il monte Mandaraprecis.
Il monte Mandara era una vetta alta venticinquemila leghe. "Lo pianteremo sul fondo del mare come un bastone da zangola. Esso non verr agitato da una fune, ma dal serpente Sesha, sulle cui spire ora noi tutti sediamo".
Il serpente era disposto ad aiutarli, e anche senza l'amrita, la forza di tutte le divinit era sufficiente per sollevare la montagna. Tuttavia, se dovevano mescolare il mare intero avevano bisogno di molte mani. Tutte le divinit minori, Deva e Asura compresi, dovevano venire reclutate per l'impresa. Le divinit sapevano che avrebbero ottenuto l'aiuto degli Asura a un prezzo che non erano disposti a pagare: l'immortalit per quelle creature malvagie. Cos, si prepararono a ricorrere all'astuzia per riuscire a convincere gli Asura e a fare promesse che non avrebbero mantenuto.
Portando il monte Mandara sulle spalle, gli immortali raggiunsero le pendici dove si trovavano le divinit minori. Appena vennero a conoscenza del piano di Brahma, i Deva offrirono il loro aiuto. Anche gli Asura si fecero avanti e domandarono in cambio proprio ci che gli immortali si aspettavano: un sorso del magico nettare di amrita. Gli dei immortali acconsentirono a dividere il nettare con tutte le divinit minori.
Nel bel mezzo del mare, gli dei iniziarono a immergere la montagna nell'oceano. Metro dopo metro, l'alta vetta scompariva sotto le onde fino a quando, con un tonfo, raggiunse il fondo del mare. Avvolgendo le spire intorno alla vetta, Sesha offr la testa agli Asura e la coda ai Deva. Gli dei afferrarono il serpente e iniziarono ad agitare il mare di latte.
Il monte Mandara gir prima in un senso, quindi nell'altro, a seconda della parte dalla quale le divinit tiravano il re-serpente. Quest'ultimo, allungato fino all'impossibile, inizi ad ansimare, mentre il dolore diventava insopportabile. Fece di tutto per cercare di trattenere il veleno che stava ribollendo dentro di lui ma infine, quando le fauci si spalancarono, il veleno schizz in alto, formando una nuvola in cielo.
Siva, signore della distruzione, si lanci in quella nuvola di nebbia letale.
Spaventoso in ghirlande di teschi e cobra, con il terzo occhio che sputava fuoco, il dio era la personificazione della morte. La nebbia di veleno aveva ormai raggiunto il mondo mortale quando Siva la inghiott.
Il suo corpo si contorse in una danza di dolore e la gola assunse lentamente un colore blu. Correndo al suo fianco, Parvati gli strinse le mani intorno alla gola e cos facendo rese inoffensivo il veleno, bloccandolo prima che fluisse in tutto il corpo del dio.
Quando il cielo si rischiar, la coppia torn al monte Mandara, dove scopr che soltanto la vetta spuntava dai flutti: la montagna stava affondando nell'abisso oceanico.
Osservando le onde chiudersi sul picco, Vishnu pass all'azione: le sue mani si trasformarono in zampe palmate, la sua schiena divenne spessa e dura. Come tutti gli dei, Vishnu era in grado di assumere le forme pi svariate; si trasform pertanto in una tartaruga immensa e si tuff in mare. Si infil sotto la montagna e la sostenne col suo guscio.
Nel frattempo, le divinit minoriavevano continuato nella loro impresa e presto sul mare inizi a formarsi una schiuma densa e bianca.
Brahma vide le corna della mucca dell'abbondanza agitarsi nell'acqua e Sarasvati intravide i rami dell'albero dei desideri. Gli dei accompagnarono la comparsa dei tesori nascosti con un dolce canto e le divinit minori accelerarono il loro sforzo, a tempo con il canto. Una schiuma pi bianca del mare prese a ribollire sulla superficie e quando dalle profondit oceaniche emerse una coppa dalle dimensioni infinite, la schiuma si tuff in essa. L'amrita era stata finalmente recuperata.
Le divinit si dissetarono con il nettare magico. Con il crescere della loro forza, il canto si trasform in un grido felice. All'improvviso, una figura sconosciuta emerse dall'acqua. Le divinit la osservarono ammutolite.
Un meraviglioso loto grande come un trono apparve sulla superficie; su di esso sedeva una dea pi bella del fiore stesso. Raccontano i poeti che al suo apparire, il sacro Gange lasci il suo letto e flu verso di lei. Appena la videro, gli Asura iniziarono a ululare e ansimare come le bestie alle quali assomigliavano. Mani dai lunghi artigli si allungarono verso di lei, afferrando l'orlo del magnifico sari che rivelava, pur celandola, la sua prorompente bellezza. Gli occhi della misteriosa creatura erano fissi su Vishnu, che aveva ripreso la sua forma divina e grazie all'amrita aveva ritrovato la sua forza vitale. Prendendola per mano, l'allontan dalla brama degli Asura e fu il primo a sentirle pronunciare il suo nome: Lakshmi. Da dove provenisse e chi fosse, rest un mistero. Vishnu condusse Lakshmi fra le spire protettive di Sesha. Mentre gli Asura la fissavano con sguardi lascivi, Brahma cerc di superarli stringendo fra le mani la coppa del nettare magico, ma non appena il dolce profumo giunse alle loro narici, le malvagie creature si gettarono sul dio e si impadronirono del calice.
Senza un attimo di esitazione, Vishnu si trasform in una fanciulla di sublime bellezza. Avvicinandosi agli Asura, la tentatrice chiese il permesso di poter assaggiare il primo sorso di nettare. In preda al desiderio e alla lussuria, gli Asura porsero il calice alla misteriosa ammaliatrice, che si trasform immediatamente in Vishnu e porse la coppa ai Deva.
Questi ultimi bevvero il nettare della vita e un'energia sconosciuta si diffuse in loro: avevano finalmente conquistato l'immortalit. Il ringhiare furioso degli Asura venne sommerso dal grido di guerra dei Deva, che si lanciarono sui fratellastri. Sulla riva del mare dalla spuma candida, il sangue degli Asura color di rosso la sabbia. Ormai immortali, i Deva trascinarono gli Asura sulle pareti rocciose del paradiso. Poi li gettarono nel vuoto e li condannarono a vivere nei burroni oscuri e nelle caverne viscide delle regioni degli inferi.
Gli Asura vennero cacciati lontano dal regno dei cieli ma le divinit che assistettero alla loro caduta sapevano che le malvagie creature non erano scomparse. Avrebbero dominato il regno degli inferi come demoni potenti, in attesa del momento giusto per tornare a sfidare i signori dei cieli.
Vishnu e la dea Lakshmi salirono su Garuda, la grande aquila cremisi e oro, che sorvol le vette della catena dell'Himalaya fino a raggiungere il meraviglioso palazzo di Vaikuntha. Quella notte, fra i fiori di loto, Vishnu non dormi mai solo.
L'intero mondo era permeato del calore della passione di Vishnu e Lakshmi: gli dei dormivano abbracciati nei loro palazzi, i mortali lanciavano sguardi colmi di desiderio ai loro compagni e gli uccelli del paradiso cantavano e cinguettavano allegramente.
L'aria stessa era carica di passione e nessuno, dio o mortale, era immune da quella perfezione.
Sul monte Kailasa, intanto, la dea Parvati giaceva sola, come ormai accadeva da troppe notti. Sapeva che il sonno non sarebbe giunto. Udiva la voce del marito Siva mormorare in giardino parole che non erano per lei, n per nessun altro: erano le sillabe sacre di un mantra infinito, nella sua devozione alla perfezione spirituale, il dio traeva nutrimento solo dalla preghiera, e nemmeno il cibo, le bevande, la musica, la danza o l'amore riuscivano a distrarlo da quel profondo contatto con il mistero di tutto ci che  e da cui tutto nasce.
Parvati aveva cercato di servire Siva come un discepolo serve il suo maestro, notte dopo notte, si era recata in giardino e si era inginocchiata accanto a lui. Alla luce della luna riflessa dalle cascate del Gange, Siva era pallido e immobile come una figura intagliata nell'avorio, il corpo rivestito della cenere bianca di centinaia di pire funerarie. A volte, quando le sembrava che il dio si agitasse, Parvati si piegava verso di lui, per poi ritrarsi inorridita. Il movimento da lei percepito non era di Siva, bens dei cobra che gli si attorcigliavano intorno al corpo e nei capelli.
Parvati cap che Siva desiderava essere lasciato solo mentre compiva i riti di purificazione e di sacrificio. Quando lui rifiut la sua compagnia, come aveva rifiutato il suo amore, la dea pianse amaramente. Le altre divinit sentirono i suoi lamenti, ma i loro pensieri erano concentrati sugli inferi. Come avevano previsto, i demoni erano diventati sempre pi forti. Taraka, un audace principe dell'aldil, bramando il reame delle divinit inferiori, aveva guidato i fratelli in continue schermaglie ai confini del mondo a loro proibito.
Le divinit assediate inviarono Indra, signore della pioggia, a chiedere l'aiuto del grande Brahma. Guardando nel suo cuore, dove era scritto il futuro, il Creatore disse che un guerriero divino avrebbe schierato un esercito celeste per distruggere Taraka. Indra domand quando sarebbe giunto il loro salvatore e Brahma rispose che l'attesa sarebbe stata molto lunga, poich quel futuro dio della guerra era destinato a essere il figlio di Siva e Parvati. Indra temeva per il benessere delle divinit inferiori se queste avessero dovuto aspettare che il cuore di Siva s'infiammasse di passione. Raggiunse cos una radura dove i fiori non appassivano mai e dove l'aria era densa del loro profumo. Coppie di uccelli e di animali feroci si agitarono nell'ombra al suo passaggio.
Quella radura era la dimora di Kama, dio dell'amore, di sua moglie Roti, signora del desiderio, e del loro compagno Vasanta, spirito della primavera.
Quando Indra chiese a Kama di colpire Siva con un dardo d'amore, lo splendido dio non cel la sua paura. Prncipi, sacerdoti, guerrieri e saggi erano stati in precedenza colpiti dalle sue frecce ma prendere di mira il dio della distruzione era una presunzione pericolosa. Tuttavia, Kama acconsent, a patto che Vasanta lo accompagnasse.
Kama port con s l'arco di canna da zucchero incordato da uno sciame di api e una faretra colma di magiche frecce dalla punta fiorita. Con Vasanta al suo fianco, scivol nel giardino di Siva, dove il dio sedeva in meditazione. Parvati era inginocchiata accanto a lui. All'avvicinarsi di Vasanta, gli alberi e i fiori intorno a loro sbocciarono improvvisamente e l'aria si riemp del soave canto degli uccelli. Siva apri gli occhi e, fra i profumi inebrianti e i dolci suoni della primavera, pos lo sguardo su Parvati, accorgendosi per la prima volta della sua bellezza.
Ritornando bruscamente alla meditazione, Siva chiuse nuovamente gli occhi. Kama usc dal boschetto e prese la mira. L'arco si pieg e la freccia sibil.
Tuttavia, prima che potesse raggiungere l'obiettivo, il terzo occhio del dio si apr e scagli un lampo di fuoco che incener freccia e arciere. Senza aprire bocca, Siva si alz e se ne and, lasciando soli nel giardino Parvati e il terrorizzato Vasanta, la cui paura gel l'aria e fece appassire i fragranti boccioli.
Non appena le ceneri di Kama si sollevarono sospinte dal vento, anche Parvati lasci il giardino di ghiaccio. Non segu il marito nel palazzo, ma abbandon il regno degli dei per spingersi nel deserto, sapendo che ormai la passione di Siva era solo per la preghiera. Se desiderava restare solo, avrebbe esaudito il suo desiderio; se quella ascetica era l'unica vita concepita da Siva, avrebbe seguito il suo esempio. Vag senza meta per molte stagioni. Le sue lunghe e morbide chiome si trasformarono in una massa arruffata e incolta e i suoi abiti sontuosi divennero niente pi che stracci. Accolse con gioia il dolore dell'aspra terra sotto i suoi piedi scalzi; abbandon ogni piacere e le sole parole che pronunciava erano preghiere.

Un giorno, un mendicante le si par innanzi mentre cantilenava il nome di Siva. Con tono di scherno, l'uomo le chiese se avesse sacrificato la sua giovinezza e la sua bellezza per il dio della distruzione. Quando lei annu, il mendicante scoppi a ridere per la stupidit della dea.
"Sivale disse " un dio meschino che ama solo la morte. Il puzzo della carne bruciata lo elettrizza e i suoi capelli sono ricoperti della terra dei defunti".
Quelle parole interruppero il canto della dea che, stremata, grid con tutta la sua disperazione che Siva era il suo amore e signore. Stava per fuggire, quando il volto del mendicante inizi a mutare: la pelle divenne pallida e un terzo occhio apparve al centro della fronte. La gola si color di blu per la macchia causata dal veleno del serpente Sesha. Il mendicante altri non era che Siva.
Prima che Parvati si inchinasse, il dio cadde in ginocchio e prese fra le sue le mani della donna. "La tua forza spirituale ha superato la miale disse mentre carezzava la sua pelle dolce e profumata "perch tu sei stata capace di vivere lontano da casa come una vagabonda solitaria, mentre io non sono riuscito a sopportare la tua perdita".
Parvati lo abbracci: "Il mio amore per te  infinito, amore mio, e le sillabe sacre dei miei mantra sono sempre composte dal tuo nome, Siva".
Tale era la gioia del dio, che richiam in vita lo spirito di Kama. Poich per il suo corpo era stato distrutto, il destino del dio dell'amore fu di muoversi invisibile fra i mortali e gli immortali.
Siva e Parvati tornarono al loro paradiso sul monte Kailasa dove, prima del successivo monsone, la dea diede alla luce Karttikeya. Allevato dalle Pleiadi, stelle che scesero dal cielo per allattarlo, il bambino si trasform nel dio della guerra. Possedeva sei teste e una dozzina di braccia che reggevano numerosi strumenti di distruzione: stocchi, scimitarre, pugnali, frecce e scudi. Con una di quelle armi il giovane dio attacc e uccise il demone Taraka, come era stato predetto.
Eppure anche il dio della guerra non era in grado di spazzare via tutti i nemici. Alcuni demoni sembravano in grado di superare gli dei in astuzia o addirittura di sconfiggerli. Fu questa la storia di un Asura di nome Raktavira. Per ottenere il benvolere di Brahma, aveva studiato le scritture, pregato e digiunato, ed era divenuto pi coscienzioso nella pratica dei suoi doveri di qualsiasi irremovibile sacerdote.
Grazie ai suoi sforzi aveva ottenuto da Brahma una promessa che lo salvaguardava perfino dall'ira del dio della guerra. Su permesso del Creatore, ogni goccia del sangue di Raktavira che fosse caduta a terra si sarebbe trasformata in un esercito di demoni. Nessuno avrebbe osato sfidare un nemico le cui fila sarebbero aumentate a ogni colpo subito.
Apparentemente invulnerabile, il demone gett nella disperazione le regioni inferiori del mondo.
Alle orecchie di Parvati giunsero i lamenti dei suoi adoratori, stanchi delle sofferenze imposte loro da Raktavira. Alla richiesta della dea di sciogliere la sua promessa, Brahma rispose che non poteva distruggere ci che aveva creato. Le grida che giungevano dai templi eretti in suo onore svegliavano la dolce Parvati dal suo sonno fra le braccia di Siva.
Nel seno della dea, dove fino a ieri c'era stata solo dolcezza, crebbe la rabbia. La collera si trasform ben presto in ira violenta, che oscurava i suoi pensieri di giorno e disturbava i suoi sogni di notte. Infine, quando le morbide curve di Parvati non potevano pi contenerla, la sua furia assunse un nuovo aspetto: uno spaventoso mantello di sangue, muscoli e ossa. La pelle nera, la lingua biforcuta e quattro braccia trasformarono cos quella che un tempo era la splendida Parvati. Il suo nome divent ora Kali e la nuova dea portava pestilenza, terrore e morte. Nella sua fronte si era schiuso un terzo occhio e, in tale incarnazione, era indubbiamente la vera compagna del dio della distruzione.
Preparandosi per la guerra, Kali si abbell il collo con una ghirlanda di teschi e la vita con una cintura di teste mozzate di cadaveri mortali.
Quelli erano i suoi soli ornamenti. Non aveva bisogno di un'armatura: avrebbe danzato nuda in battaglia. Con una spada in una mano e un pugnale nell'altra, Kali scivol gi dal monte Kailasa, invitando Raktavira a farsi avanti. Il demone non se lo fece dire due volte e apparve all'improvviso, smanioso di versare il sangue di quel dio sconosciuto che osava sfidarlo. Alla vista della dea Kali per, si blocc.
Senza un attimo di esitazione, Kali lo attacc. Con due mani lo afferr per i capelli e lo sollev da terra, mentre si preparava a trafiggergli la gola con la spada e il pugnale che teneva nelle altre. Seppure in bala di quella furia omicida, Raktavira non aveva paura, sapendo che appena una goccia del suo sangue fosse caduta a terra, un esercito di demoni sarebbe subito apparso per distruggerla.
All'improvviso, quando le lame ebbero tagliato la carne, la dea Kali si pieg verso la sua vittima e spalanc la bocca. Il sangue che scorreva dalle ferite cadde cos fra le labbra di Kali, che lo bevve avidamente, mentre con la lingua si puliva il mento per impedire che anche una sola goccia cadesse a terra. Quando infine dalle ferite di Raktaviri non sgorg pi un sorso di sangue, le pul con la lingua e quindi gett a terra il corpo prosciugato.
All'avvicinarsi della dea, i demoni che si erano radunati per assistere alla battaglia fuggirono in ogni direzione, ma le braccia di Kali erano ovunque, implacabili. Tagliando gole e amputando arti, beveva il sangue che scorreva copioso, sebbene da esso non giungesse alcuna minaccia. Il sapore del sangue la inebriava, la faceva sentire leggera e veloce. Ridendo e cantando, danz sui cadaveri disseminati intorno a lei. Dall'alto del suo palazzo, Siva guardava la carneficina. La ferocia e il dolce sapore del sangue gli erano familiari e gli davano quella forza distruttiva necessaria ogniqualvolta gli dei avevano bisogno del suo intervento. Eppure non voleva che la sua consorte si abbandonasse a quella invitante frenesia omicida scacciando per sempre Parvati da s e diventando solo Kali. La raggiunse cos sul campo di battaglia, gridando che ormai tutto era finito. Kali si allontan da lui, guardandosi intorno alla ricerca di altri demoni da uccidere. Disperato, Siva si mescol ai i corpi delle vittime. In una danza macabra, Kali dominava fra i morti, saltando da un cadavere all'altro. Presto, si ritrov vicino al corpo del marito. Bloccandosi di colpo, lo fiss. Si inginocchi e gli accarezz il viso con una mano. Siva si alz e condusse Parvati lontano dal campo del terribile trionfo di morte di Kali.

Mentre Kali e Raktavira insanguinavano le montagne celesti, un altro demone cresceva in solitudine nell'immensit del deserto del Rajasthan. Desiderando che il sole indirizzasse i raggi su di lui con un'intensit tale che le fiamme scorressero sul suo corpo nudo e si intrecciassero ai suoi capelli, il demone cantilenava un mantra a Brahma. La sua invocazione risuon per secoli e secoli nelle orecchie del dio e ogniqualvolta il Creatore lasciava vagare lo sguardo sull'oceano di sabbia, vedeva il demone bruciare nel fuoco perpetuo del suo altare.
Quando non pot pi ignorare un simile sacrificio, il dio chiese al demone quale dono le divinit dovessero fargli.
"L'immortalit e l'invincibilitrispose il demone. Dopo aver assistito al coraggio del demone fra le fiamme, Brahma sapeva che se avesse posseduto tali qualit avrebbe costituito una grave minaccia per tutti gli dei.
"Otterrai questi doni solo se nominerai una situazione in cui potresti perderlidisse alla fine Brahma.
"D'accordoconvenne il demone. "Perder in battaglia e morir solo per mano di una donna". Brahma annu.
Le fiamme sparirono, rivelando una creatura possente. Sebbene il corpo fosse coperto di grasso, il demone salt con grande agilit dall'altare sulla sabbia. Con una poderosa spallata, scacci Brahma come se fosse stato un insetto. Il dio si ritrasse per sfuggire al tocco di quella pelle ricoperta di peli e per allontanarsi dal puzzo di stalla emanato dal demone. Con enorme disgusto, Brahma lo riconobbe come Mahishasura, il signore degli inferi generato da un demone e da un bufalo.
Mahishasura esplor con lo sguardo l'orizzonte alla ricerca delle vette incappucciate della catena dell'Himalaya. Fissando gli occhi piccoli e incavati sui picchi lontani, s'incammin nel deserto, sbuffando e soffiando. Quando raggiunse i pendii celesti lanci la sua sfida: immortale e invincibile avrebbe regnato sovrano e per chi non si fosse sottomesso lo attendeva la morte.
Lentamente, i demoni emersero dagli inferi e si avvicinarono, timorosi della nuova forza di Mahishasura ma al tempo stesso incerti se credere alle sue parole.
Spazientito, quest'ultimo afferr un demone ritardatario e lo scosse con violenza. Il disperato tentativo della creatura di liberarsi con la spada e il pugnale venne deviato da una pelle che non era solo spessa come quella di un bufalo ma era anche protetta da Brahma, il signore della creazione.
Gli altri demoni si affrettarono intorno a Mahishasura, eleggendolo loro re e unendosi alla sua sfida contro gli dei. L'irascibile dio della pioggia, Indra, lanci uno sguardo dal suo tempio nel campo gi gremito di demoni. Afferrata una lunga lancia dalla punta di diamante, si precipit fra i ribelli, dove i suoi colpi fecero fuggire tutti i demoni a eccezione di Mahishasura, che non solo rest invulnerabile all'attacco del dio ma pass anche al contrattacco.
Esausto, Indra si ritir e chiam in soccorso le grandi divinit. A cavallo di un cigno, di un toro e di un'aquila, gli dei giunsero armati di tridente, arco e spada. Sebbene fossero al corrente della concessione fatta al demone da parte di Brahma, si lanciarono su quell'essere terribile e malvagio.
Ricorrendo al potere dell'illusione ereditato dal padre, per confondere il nemico Mahishasura cre la visione di milioni di esseri uguali a lui e, grazie alla forza bruta ereditata dalla madre, fer l'aquila di Vishnu e colp Siva con un pugno.
Il demone non poteva uccidere gli immortali ma anche questi ultimi non potevano distruggere lui. Alla fine, esausti per il combattimento, gli dei si ritirarono nel loro regno. L meditarono sul da farsi. Avrebbero dovuto trovare una donna dotata di forza e coraggio che affrontasse il demone e lo sconfiggesse: avevano assoluto bisogno di una dea. Brahma e Vishnu affermarono che Sarasvati e Lakshmi avevano il cuore troppo buono per poter affrontare una battaglia, mentre Siva era restio a chiamare in vita la sanguinaria Kali.
chiusero allora gli occhi e ntonarono un mantra, focalizzando il potere sacro che costituiva la sorgente della vita, della morte e della rinascita.
Mentre il canto si diffondeva sulle cime delle montagne, un bagliore improvviso sprigion dal volto degli dei. Il viso di Brahma s'illumin di un cremisi brillante, mentre quello di Siva di un bianco abbagliante. Sul volto di Vishnu brill la scura radiosit dell'ossidiana.
Quando le tre cascate di luce s'incrociarono, l'aria stessa scintill in una danza di colori. Essi si fusero e si divisero per poi fondersi ancora, formando lentamente una colonna di luce che si eresse in tutta la sua altezza davanti agli dei. In quel bagliore accecante, le divinit intravidero un viso che possedeva la luce e i colori dell'arcobaleno. Davanti a loro, la colonna si modell in un corpo flessuoso, sottile come una freccia e teso come la corda di un arco.
Era la dea Devi, nata dalla luce delle divinit, nuda, sorridente e fiera, a cavallo di un enorme leone. Gli dei non ebbero bisogno di dirle niente: sapeva per quale obiettivo era stata creata. Nel silenzio pi assoluto, Brahma le pos sulle spalle il suo mantello di seta cremisi, mentre Vishnu e Siva ponevano nelle sue dodici mani le armi da guerra in loro possesso. Devi spron il leone, che con un solo balzo atterr nel regno di Mahishasura. Nella tromba di Vishnu, la dea suon una nota che scosse le montagne e fece cambiare la direzione dei venti. Mahishasura, ritiratosi nel palazzo dei demoni, trasal nell'udire quel suono raccapricciante e nell'avvertire la sfida che conteneva. Invi un suo ricognitore, che torn pallido e tremante con il messaggio di una splendida fanciulla venuta per uccidere il re-bufalo.
Mahishasura scoppi a ridere e ordin al suo uomo di portare quell'impudente al suo cospetto. Giur che se fosse stata bella quanto coraggiosa, l'avrebbe sposata. Se per non fosse stata perfetta, sarebbe morta per la sua presunzione.
Quando il suo servo esit, il demone rugg infuriato, facendosi beffa di quel codardo che temeva una creatura le cui uniche armi erano il sorriso e la seduzione. Se gli dava sicurezza, concesse al servo di portare con s un'arma.
Smaniosi di vederla, un'orda di demoni lussuriosi si precipit fuori del palazzo. Al loro avvicinarsi, Devi li colp con una tempesta di lance e frecce, inondando la terra con il sangue dei demoni. Le braccia di Devi erano ovunque, pronte a strappare cuori e a tagliare gole. Quando i demoni cadevano, il leone li divorava. Nel giro di pochi minuti, il silenzio cadde sul campo di battaglia, rotto soltanto dallo scricchiolio delle ossa fra le fauci del grosso felino. Devi risparmi la vita a un solo demone, che invi da Mahishasura affinch gli riferisse il suo messaggio: era venuta per ucciderlo. Tuttavia, poich non gioiva nel seminare morte e distruzione, gli avrebbe risparmiato la vita se si fosse ritirato negli inferi. Eccitato al solo pensiero della dea, Mahishasura si accorse appena della distruzione del suo possente esercito. Inoltre, la descrizione della sua bellezza in battaglia non fece che aumentare il suo desiderio. Ricorrendo ancora una volta ai poteri ereditati dal padre, assunse le sembianze di un essere creato per compiacere una giovane fanciulla. Liberandosi della spessa pelle di bufalo e dei lineamenti marcati, si trasform in un giovane dalla pelle dorata. Infine, and alla ricerca di Devi, seguito da un'altra legione di demoni. La trov sul campo di battaglia e rest folgorato da quella bellezza infinita. Non conosceva molte frasi dolci ma si inginocchi accanto a lei e le pronunci tutte. Devi, che scorgeva il bufalo sotto il giovane, lo ascolt in silenzio, lasciando che le parole le scivolassero addosso. Infine, con un sospiro di esasperazione, lo colp in pieno viso col tridente di Siva. Ruggendo per il dolore, Mahishasura dimentic la passione e assunse la forma di un leone, pronto ad attaccarla. Quando la spada di Devi si rivel pi veloce e affilata dei suoi grandi artigli, il demone si trasform in un elefante smanioso di schiacciare l'avversario. Tuttavia, lo scudo di Devi era troppo robusto e cos assunse le sembianze di un bufalo, che abbassando la fronte cornuta, caric la fanciulla.
Una delle mani di Devi reggeva un calice della vittoria, e con un sorriso la dea lo sollev verso il demone. Quando la bestia fu quasi su di lei, gett la testa indietro e bevve. Con un'altra mano, lanci un disco e tagli la testa al bufalo. Sollev allora la coppa verso il cielo, in saluto agli dei. Quindi, con la promessa di tornare qualora avessero avuto ancora bisogno di lei, Devi scomparve.
In paradiso, gli immortali festeggiarono il trionfo. Sotto parasoli ornati con specchi e perline, le dee si truccavano il viso e le mani con filigrane di fiori vermigli, mentre gli dei indossavano ghirlande di loto. Mentre cenavano, le dolci note di flauti, campanelle, cimbali e tamburi si diffusero nell'aria. Lasciandosi trascinare dal ritmo della musica, le divinit iniziarono a danzare.
Spinti dalle danze divine, boccioli di gelsomini caddero dal cielo e coprirono i campi di battaglia insanguinati.
Perch il dio della saggezza aveva il busto d'elefante.
Qanesa, dal corpo di uomo e la testa d'elefante, era la divinit indiana della saggezza e del successo. Una smodata golosit per la frutta e le torte offertegli dai suoi adoratori erano la causa della sua pancia prominente.
 L'origine della testa di elefante era invece pi misteriosa ma una leggenda la spiegava cos:
 La dea Parvati voleva un guardiano che proteggesse la sua intimit durante il bagno. Cos mescol la pelle secca del suo corpo con unguenti magici per dare vita a un prestante giovane in carne e ossa.
 Estremamente diligente, un giorno Qanesa rifiut l'ingresso persino a Siva, il marito di Parvati che, infuriato, tagli la testa al giovane. Sopraffatto dal rimorso, Siva prese la testa della prima creatura che incontr e la mise sulle spalle del ragazzo.
 Acquisendo la testa di elefante, Qanesa fece sue le grandi virt dell'animale, che incarnava la prudenza, la piet e la sagacia.

La Rinascita dello Splendore.

Quando il mondo venne creato in origine, raccontano gli antichi sapienti giapponesi, gli elementi pi impalpabili si sollevarono per formare i cieli, mentre la materia originaria prese la forma della terra.
Per la loro stessa natura, i due reami erano separati e dalla loro unione nacque la confusione. Esempio di questo caos divino  il violento scontro fra la dea del sole Amateratsu, la prima delle ottocendo divinit che abitavano il cielo, e Susano, il suo impetuoso fratello terreno, signore del mare e delle tempeste. Fino a quando i due fratelli vissero separati, i cieli e la terra si crogiolarono ai raggi radiosi di Amateratsu e tutto il creato fior rigoglioso. Susano ardeva per dal desiderio di impossessarsi della gloria della sorella.
Fremente e impaziente, pretendeva un posto nel regno superiore. Giunse cos il giorno in cui Amateratsu, serena nell'alto dei cieli, ud un brontolio provenire dal basso. Allarmata, arm l'arco che teneva sempre con s per scacciare gli intrusi. Quando infine, annunciato da rombi di tuono edal rombo di una cascata di massi, il dio delle tempeste apparve innanzi a lei, la dea sollev l'arma spaventata. Stanco e scarmigliato dopo la lunga scalata, Susano aveva un aspetto mostruoso: gocce di sudore gli scorrevano lungo il viso e sulla barba spettinata, e i suoi occhi scintillavano come strali.
Amateratsu lo avrebbe ricacciato immediatamente nel suo regno ma conosceva il temperamento del fratello e sapeva ci che poteva causare quando era in preda alla collera. Cos si limit a chiedergli che cosa lo avesse portato fin lass. Era venuto per una sfida: la sua natura divina non era forse pari a quella della sorella? Per stabilirlo, non potevano che mettere alla prova i rispettivi poteri. Se lui fosse riuscito a eguagliare le imprese di Amateratsu, allora avrebbe avuto diritto a un posto lass.
Amateratsu temeva di provocare l'ira fraterna con un rifiuto. Cos acconsent a dare il via alla gara ma astutamente disarm Susano chiedendogli la spada come strumento per compiere le sue meraviglie. Stringendola con entrambe le mani, la spezz in tre pezzi battendola sul ginocchio, quindi apr la bocca e ingoi i frammenti. Quando schiuse nuovamente le labbra, fuorusc una leggera foschia, dalla quale emersero tre dee ancora in fasce. Venne poi il turno di Susano. Quest'ultimo chiese alla sorella la collana che le cingeva il collo. La prese e la morse fino a romperla e quindi sput cinque frammenti come se fossero stati gherigli di noce. Subito dopo soffi un leggero vapore, dal quale presero vita cinque dei ancora in fasce.
Susano non seppe contenere la propria soddisfazione. Battendo i piedi, url dalla gioia, quindi corse via per vantarsi della sua vittoria. Temendo le conseguenze delle azioni del fratello, Amateratsu prese le piccole divinit e si rifugi nella sua dimora.
I suoi timori erano giustificati. Correndo per le pianure celesti, Susano fece cedere le sponde dei canali di irrigazione, provocando un'improvvisa inondazione. Terrorizzati, un branco di poni selvaggi irruppero nelle risaie distruggendo il raccolto. La forza dell'acqua sradic gli alberi, e le grida disperate degli uccelli, privati di ogni riparo, riempirono l'aria.
Ogni ora, alla porta di Amateratsu giungevano messaggeri forieri di notizie catastrofiche. Il dio della tempesta aveva fatto crollare i pilastri dei templi sacri, aveva calpestato i sacri giardini e aveva deposto i propri escrementi nel santuario. Inoltre, le sue risate sguaiate provocavano terribili tifoni.
Infine, vergognandosi per le azioni del fratello che sfidavano la sua autorit, la dea si rifugi in una caverna e blocc l'entrata con un pesante masso.
Cos, la fonte di luce che illuminava i cieli e la terra si spense. Ovunque regnava l'oscurit. Ordine e armonia vennero rivoltati: le piante iniziarono ad appassire e quel regno della notte perpetua divenne dominio della malvagit. Disperati, sapendo che solo la dea del sole avrebbe potuto salvarli dal caos, gli dei si riunirono per decidere il da farsi.
Numerosi piani vennero proposti e scartati prima che si giungesse a un accordo. Amateratsu non poteva essere obbligata a uscire, doveva essere tentata. Decisero allora di organizzare una grande festa davanti alla caverna nella quale si nascondeva la dea.
Ai fabbri venne ordinato di forgiare una meraviglia mai vista prima: un disco di bronzo cos liscio che ogni immagine catturata dal suo riflesso sarebbe stata riflessa. La dea Uzume, guardiana dei misteri del monte sacro di Kagu, accett di danzare, e tutti i galli del regno vennero riuniti affinch cantassero per il ritorno del sole.
Davanti all'ingresso della caverna di Amateratsu, gli alberi e i cespugli vennero addobbati con lunghi fili di pietre preziose che brillavano alla luce delle lanterne colorate. Quando tutti gli dei furono presenti, Uzume inizi a danzare.
Con indosso soltanto una leggera veste di erba di bamb raccolta sulla montagna sacra e fermata da una sottile fascia, la dea ball a piedi nudi su una tinozza capovolta. Il suo ritmo era quello della terra stessa, i movimenti sinuosi di braccia e gambe imitavano la nascita della nuova vita sbocciata dal seme nascosto. I suoi volteggi divennero sempre pi frenetici, i piedi battevano sempre pi veloci, fino a quando la veste cadde a terra e la corona di foglie che le cingeva la testa rest il suo unico ornamento. Gli dei gridavano e ridevano, mentre la danzatrice volteggiava alla fioca luce delle lampade e i galletti, risvegliati dal loro torpore, iniziarono a cantare come per annunciare la nascita di un nuovo giorno. Sdraiata nella caverna, l'assonnata Amateratsu udiva echi lontani. In un mondo sommerso dall'oscurit, che cosa poteva causare simili rumori? Qualcuno all'esterno aveva spostato leggermente il masso e la dea spi attraverso la piccola apertura.
La prima cosa che vide fu lo specchio di bronzo, tenuto da un servitore in attesa, e la sua immagine riflessa. Vide lunghi capelli colore dell'ebano e occhi sinceri, particolarit che ricordava da quando si era specchiata nelle acque di stagno e ruscelli. Tuttavia, il suo volto appariva stanco e smunto. Sconvolta, usc dalla caverna. Senza un attimo di esitazione, un dio in attesa scivol dietro di lei per impedirle la ritirata e, mentre Amateratsu esitava, la sua luce inond le pianure celesti e le ottocento divinit riunite si inchinarono a lei.
Gli dei si misero quindi alla ricerca di Susano, che bandirono per sempre dal regno dei cieli. Prima di cacciarlo, gli tagliarono la barba e le unghie di mani e piedi, cos che non potesse graffiare la terra o la pelle delle sue creature.
La pace e la fertilit dominarono di nuovo in tutto il creato, finalmente nutrito dai poteri generativi della dea del sole. Era come se niente fosse cambiato, sebbene esistesse un'importante novit: otto nuove giovani divinit abitavano i cieli e sarebbero state loro a generare, in futuro, nuove e nobili dinastie. Dal maschio pi giovane sarebbe infatti nata la dinastia reale degli imperatori del Giappone.

Capitolo Quattro

I fieri Dominatori di un Mondo Antico.

Nelle fredde regioni dell'estremo limite dell'Europa del Nord, i i bardi cantarono le imprese e leavventure di un'antica stirpe divina. A quei tempi, la natura era tiranna. Il vento e le onde del mare battevano violentemente le isole rocciose al largo delle coste e scolpivano le scogliere in forme grottesche.
Le burrasche spingevano alti cavalloni d'acqua fra gli scogli litoranei e le nebbie avvolgevano l'entroterra, avanzando dai fiordi come eserciti di fantasmi in marcia. Nelle tenebre delle foreste primordiali, lupi, orsi e serpenti regnavano sovrani.
A quel tempo, ogni insediamento aveva i propri cantastorie che cantavano le leggende di un universo precedente. Un universo abitato da un affollato pantheon di divinit e da giganti, gnomi, elfi, animali feroci ed esseri umani.
Ogni razza occupava il proprio territorio. Asgard, la casa degli dei, era una fortezza eretta su un alto dirupo al centro della terra.
Un ponte a forma di arcobaleno collegava Asgard a Midgard, la terra degli uomini. A sua volta, Midgard era circondata da un vasto oceano; le sue spiagge lontane delimitavano Jtunheim, la terra desertica dominata dai giganti. Al disotto di questi reami, si estendeva Niflheim, il regno dei morti. Venne per il giorno in cui tutto questo universo fu inghiottito in una guerra titanica che distrusse il cosmo.
I bardi ricostruirono il mito di quel mondo perduto ricomponendo frammenti di testimonianze antiche: vecchie canzoni, indovinelli, profezie, parti di poemi epici in prosa o in rima, simboli runici incisi su pietre. Dalla polvere del tempo affior un'infinita saga di torture, saccheggi, stregonerie, falsit e doppiezze, bramosia di ricchezza e potere, guerre combattute con armi e incantesimi. Gli eroi e i furfanti dell'origine del mondo appartenevano a una immensa famiglia di esseri divini conosciuti come Aesir e alle creature che condividevano il loro splendente universo.
A differenza dei numi che abitavano per l'eternit il monte Olimpo e oziavano fra le vigne assolate e i boschetti di ulivi, o degli dei sensuali che perenni dominavano le terre orientali, le divinit nordiche non erano immortali. Al contrario, forse non erano altro che gloriosi re dei tempi pi antichi giunti dall'Oriente con la furia delle loro armi e del loro coraggio. Desiderando ardentemente di sconfiggere la morte, gli Aesir avevano trovato il modo per prolungare la loro vita. Avevano infatti ottenuto, da fonti sconosciute, una montagna di mele magiche. Ogniqualvolta iniziavano a invecchiare o si ammalavano, mangiavano un frutto sacro e in un baleno ritrovavano vigore e giovinezza.

li Aesir, per, non avevano il potere di sconfiggere per sempre la morte. Il destino di tutte le creature viventi era infatti nelle mani di tre creature femminili il cui potere era tale, che definirle dee non rendeva loro giustizia. Erano le Nome, tre sorelle che filavano la rete del destino e scrivevano il libro del fato. Le Nome si radunavano intorno a ogni culla per decretare il futuro del neonato e comparivano vicino a ogni letto di morte per recidere il filo della vita. Si erano quindi riunite anche nella notte dei tempi, per stabilire il destino degli stessi dei. Questo fu quanto predissero: nonostante la loro saggezza, i loro poteri e la loro conoscenza delle arti magiche, gli Aesir sarebbero stati distrutti dalla loro stessa corruzione.
Nessuno sa con precisione quando ebbe inizio la caduta degli dei; forse il giorno in cui gli Aesir cospirarono per trarre in inganno uno dei giganti.
Non correva buon sangue fra il regno di Asgard e quello di Jtunheim. Dei e giganti da sempre si combattevano, e anche in tempo di pace i loro incontri erano caratterizzati dal sospetto reciproco. Tuttavia le due razze intrattenevano anche rapporti di carattere commerciale e spesso avvenivano addirittura matrimoni misti, bench i giganti fossero di dimensioni impressionanti e gli dei alti poco pi dei comuni mortali.
Durante un periodo di tregua, un gigante, in sella a un cavallo da tiro, entr ad Asgard in un buio mattino di met inverno. Anche se Heimdall, sentinella degli dei, non avesse suonato il corno, gli Aesir avrebbero saputo dell'arrivo del visitatore. I suoi passi facevano infatti tremare la terra e il ponte che portava ad Asgard scricchiolava sotto il suo impressionante peso.
Uno dopo l'altro, gli Aesir uscirono incuriositi dalle loro abitazioni: Odino, padre e capo del clan; la sua consorte Frigg, che leggeva nel futuro ma non parlava mai di ci che vedeva; Thor, dio della guerra e signore dei fulmini, armato del grande martello che lo aiutava a mantenere l'ordine nell'universo.
Li seguivano innumerevoli altre divinit, infreddolite al punto da non riuscire nemmeno a parlare.
"Che cosa vuoi?domand Odino al gigante. Il gigante abbass lo sguardo in segno di umilt nei confronti del potente dio e disse: "Ho saputo che gli Aesir cercano un capomastro".
"S,  veroannu Odino "ci serve perch vogliamo costruire un muro di cinta intorno ad Asgard".
Il gigante sollev due mani dalle dita spesse e nodose come i tronchi delle querce pi antiche. "Sono il migliore operaio di tutta Jtunheimafferm "e qualunque sia la dimensione di ci che volete costruire posso costruirla pi velocemente e in modo migliore di qualsiasi altro essere nell'universo".
Odino lo squadr in silenzio. "Che cosa vuoi in cambio?gli chiese dopo qualche minuto.
"Non mi interessa n l'oro n l'argento. Gli Aesir possiedono ci che desidero". Scrut fra il folto gruppo di dee. "Voglio una donna Aesir nel mio letto. Questo  il prezzo da pagare, e non sono disposto a contrattare".
Gli Aesir si ritirarono per discutere la questione. Dopo un po', Odino si ripresent davanti al gigante con una proposta: "Se completerai la costruzione del bastione prima della fine dell'inverno, potrai scegliere la sposa Aesir che preferisci. Ma a una condizione: dovrai fare tutto il lavoro da solo, senza l'aiuto di nessuno. Se il primo giorno di primavera al muro mancasse anche una sola pietra, non ti pagheremo nulla".
"D'accordo, accettoreplic il gigante senza esitazione. "Chiedo solo di poter utilizzare il mio cavallo per il trasporto".
"Va benerispose il capo degli dei, convinto che neppure un gigante avrebbe potuto terminare una costruzione di tali dimensioni nel breve tempo concessogli. Le donne di Asgard non sembravano correre alcun pericolo.
La soddisfazione degli Aesir svan quando videro il cavallo del gigante al lavoro. L'animale correva sul fianco della montagna come se il carico di pesanti pietre che portava sul dorso non lo disturbasse in alcun modo. Il bastione sembrava costruirsi da solo, crescendo di ora in ora.
Il gigante si fermava di tanto in tanto per lanciare un'occhiata al debole sole di febbraio e per sbirciare le dee che andavano a vederlo mentre lavorava.
Pentiti dell'accordo stipulato, gli Aesir cercarono un modo per rallentare il lavoro del gigante. Avrebbero preferito trovarsi con un lavoro eseguito a met piuttosto che vedere una delle loro principesse fra le braccia di un simile zotico.
Decisero cos di consultare Loki, signore dell'inganno. Non si sa se Loki fosse un dio, poich secondo alcune leggende nel suo sangue scorreva il sangue dei giganti. Si divertiva comunque a cambiare sembianze e a tessere menzogne. L'omicidio era per lui un divertimento e i suoi discendenti erano mostri orribili. Era lui il padre del lupo Fenris, una bestia enorme e feroce imprigionata in catene sotto la terra. Secondo un'antica profezia, un giorno quella creatura malvagia sarebbe fuggita dalla sua prigione, e l'evento avrebbe annunciato la fine del mondo.
Nonostante la sua progenie mostruosa, Loki era tollerato dagli Aesir, che lo ritenevano utile. Gli dei non ebbero mai bisogno di sporcarsi le mani con gesta disoneste o ignobili: Loki agiva infatti in loro vece.
Cos lo chiamarono per cercare di risolvere i loro guai. Loki aiut gli dei trasformandosi in una giumenta.
Avvicinatosi allo stallone, agit invitante la coda. Come era stato previsto, il cavallo abbandon immediatamente il lavoro e part al galoppo dietro la femmina. Il gigante tuttavia non accett passivamente quell'imprevisto. Sicuro di essere stato ingannato, si precipit dagli Aesir. Soltanto Thor poteva fermare quel colosso inferocito. Sollev il martello, e con un tonfo sordo l'arma colp il cranio del gigante.
Lampi scaturirono dalle orecchie e dalle orbite prima che la grande testa si aprisse in due. Il corpo si schiant al suolo con un fragore tale che venne udito fino nella terra dei giganti. Il sangue che sgorgava dal cranio inond le strade di Asgard e ci vollero cento schiavi per legare e trascinare via il cadavere.
Lo stallone del gigante era scomparso ma, undici mesi dopo, la giumenta che lo aveva sedotto riapparve ad Asgard, pronta per partorire un puledro. Gli Aesir assistettero alla nascita e ci che videro li lasci senza parole: la creatura era infatti un enorme puledro a otto zampe. Le sorprese per non erano finite. Davanti ai loro occhi increduli, l'ansante giumenta scomparve e al suo posto apparve Loki, piegato in due dalle risate.
Con un profondo inchino, present la nuova creatura a Odino. "Diventer il cavallo pi grande del mondogli disse sorridendo.
La leggenda non parla di una vendetta dei giganti nei confronti degli Aesir. Gli dei di Asgard si trovarono comunque ben presto a dover affrontare un altro ben pi grave problema: la guerra civile.

li Aesir non dominavano il mondo da soli. Un'altra stirpe di dei, i Vanir, vivevano oltre i confini di Asgard e governavano la fertilit e la coltivazione del suolo, questioni di poco interesse per Odino e la sua corte. I due gruppi coesistevano, con circospezione ma senza conflitti diretti.
Il giorno in cui una sacerdotessa Vanir venne seviziata durante una sua visita alla corte di Odino, tutto per cambi.
Lei si chiamava Gullveig, signora delle arti magiche e delle ricchezze: il suo nome significava infatti "affamata d'oro".
Gullveig si present al palazzo di Odino indossando vesti ricamate con smeraldi e rubini e con le braccia e il collo ornati di bracciali d'oro. Il bagliore dei suoi gioielli era superato solo dagli sguardi avidi dei presenti.
Il suo arrivo interruppe una festa. Le venne offerto un posto, e la baldoria riprese. L'alcol scorreva a fiumi, e ben presto gli Aesir divennero scurrili e dimenticarono i modi garbati che si convenivano a un'ospite. Uno degli dei si avvicin a Gullveig e infil una mano negli intricati ricami della veste della donna; un altro le afferr un braccio e affond i denti in un braccialetto per vedere se si trattava di oro vero.
Gullveig si alz dalla panca e si avvi verso il capo del clan, infuriata per un simile trattamento. Prima che potesse raggiungere Odino per, qualcuno allung un piede e la mand a gambe all'aria. Odino non solo non condann un simile comportamento, ma scoppi addirittura in una fragorosa risata vedendo Gullveig sdraiata sui giunchi, con i cani che le annusavano le cosce.
 . La vista dell'umiliazione della donna risvegli qualcosa di ancora pi terribile nei compagni di Odino. Si lanciarono su di lei, la trascinarono verso l'immenso focolare al centro della sala e le strapparono gli abiti. Quindi scacciarono gli schiavi che arrostivano un bue sul fuoco, tolsero la carne e legarono la malcapitata allo spiedo di ferro. Ridendo, la trafissero con le loro lance e restarono a guardare il sangue colare nel fuoco. Il puzzo di carne bruciata riemp la sala, mentre orde di schiavi lottavano per impadronirsi dei gioielli della donna.
Eppure, le grida di Qullveig non erano di dolore ma di rabbia e odio. Il calore del fuoco e della sua collera la fecero a pezzi e qualcosa che non era pi Qullveig emerse dalla carne bruciata.
La folla intorno al fuoco si ritrasse spaventata. Una creatura dagli occhi vitrei e la bocca di sangue pass innanzi a loro e scomparve dalla sala. Per lungo tempo nessuno seppe che cosa ne fu di lei. In seguito, riapparve per come Heid, sibilla e incantatrice, signora e protettrice delle streghe. Gli Aesir erano destinati a incontrarla ancora, in circostanze diverse. Tutto ci sarebbe per accaduto in un futuro ancora lontano.
La notizia delle atrocit compiute dagli Aesir raggiunse presto le orecchie dei Vanir. Il crimine compiuto nei confronti di Qullveig non poteva restare impunito. Dei messaggeri dei Vanir si precipitarono al palazzo di Odino, chiedendo ci che spettava loro di diritto. Si riferivano a una legge del nord, secondo la quale coloro che si erano macchiati di assassinio dovevano pagare molto denaro alla famiglia della vittima. Un rifiuto corrispondeva a una dichiarazione di guerra.
Gli Aesir avevano provato il sapore del sangue e ne erano rimasti inebriati. Volevano lo scontro. Gli emissari tornarono a casa a mani vuote.
Il conflitto che segu fu lungo e violento. A volte i Vanir sembravano vicini alla vittoria, altre gli Aesir riguadagnavano il vantaggio. Spesso i Vanir ricorrevano alla magia per sconfiggere gli avversari, ma gli Aesir risposero ricorrendo alla stregoneria. Alla fine, esauste, le due parti suggellarono una tregua scambiandosi i prigionieri di guerra.
Alcune divinit di entrambe le parti andarono dunque a vivere fra i loro precedenti nemici in veste di garanti della pace.

Da Asgard giunsero nel regno dei Vanir l'attraente ma ottuso Hoenir e il saggio Mimir, pi assennato dello stesso Odino. Colpiti dall'aspetto di Hoenir e dai suoi modi eleganti, i Vanir gli tributarono grandi onori e lo invitarono a partecipare a tutti i loro consigli.
A volte, Mimir accompagnava Hoenir a tali riunioni e riusciva a suggerirgli parole di saggezza, in modo da dare di lui una buona immagine e aiutare i Vanir a prendere la decisione migliore. Quando per Mimir era assente, Hoenir diventava nervoso. Se veniva chiesta la sua opinione su importanti questioni, tergiversava e rispondeva evasivamente, rifiutando di prendere una posizione precisa.
I Vanir iniziarono cos a diventare sempre pi sospettosi. Avevano mandato ad Asgard, come ostaggi, i migliori della loro razza; dovevano forse intendere come un insulto il gesto degli Aesir, che avevano inviato loro quel povero demente?
Invece di prendersela con Hoenir, che non aveva colpa per la propria situazione, rivolsero le loro attenzioni al misterioso compagno. Non usarono mezzi termini, e il messaggio che mandarono agli Aesir era inequivocabile: la testa ancora sanguinante di Mimir, chiusa in un sacco.
Stranamente, gli Aesir non vendicarono una simile offesa. Forse erano troppo stanchi per combattere o forse dovettero ammettere con loro stessi che Hoenir non era un ostaggio degno dei loro rivali. Tuttavia, non era nel loro interesse distruggere il gi precario equilibrio di potere, n mettere in percolo le trattative che erano in corso con i Vanir.
Odino guard la testa di Mimir in silenzio. Conged i presenti e port il sacco insanguinato in un luogo conosciuto solo a lui. L, immerse la testa in olii misteriosi che le avrebbero impedito di decomporsi e strofin la pelle con erbe e radici, accompagnando il rito con parole magiche.
Quindi appoggi la testa su un ripiano, la circond con candele accese e attese. Come aveva previsto, dopo pochi istanti gli occhi si aprirono e Mimir gli sorrise. Odino bisbigli una domanda e Mimir subito rispose.
Odino non rivel mai il contenuto delle loro conversazioni, ma tutti ad Asgard sapevano che il re degli dei chiedeva spesso consiglio a Mimir, come aveva sempre fatto quando il saggio era in vita.
Conservata dagli incantesimi e dalle erbe di Odino, la testa continuava a vivere. Nonostante l'assassinio di Mimir, Asgard e Vanir raggiunsero finalmente una pace permanente e per suggellarla, gli appartenenti a entrambi i clan sputarono in un grande calderone. Dalle loro salive, gli dei crearono Kvasir, l'essere mortale pi saggio mai esistito. Per lui, nessuna domanda era troppo profonda, nessun argomento troppo oscuro, nessun indovinello irrisolvibile.
Kvasir viaggiava da una regione all'altra del mondo per trasmettere il proprio sapere a tutta l'umanit, ma il suo cammino conobbe una fine improvvisa e violenta per opera di una coppia di nani malvagi. Attirandolo con una scusa e allontanandolo da una festa alla quale partecipava, i nani lo uccisero e raccolsero il suo sangue in due brocche di terracotta e in un paiolo di ferro. Quindi mescolarono quella linfa vitale con il miele e la riposero in un luogo caldo affinch fermentasse e si trasformasse in idromele, la bevanda alcolica amata dagli dei.
Quando gli Aesir si misero alla ricerca di Kvasir, i nani assassini dissero loro che il saggio aveva fatto una tale indigestione di sapere da scoppiare davanti ai loro occhi. Gli dei se ne andarono sconsolati, mentre i nani si rifugiavano nella loro dimora per festeggiare la conquista di quel liquore che costituiva un prelibatissimo distillato di poesia e sapere.
Non riuscirono tuttavia a tenere a lungo l'idromele nelle loro mani. Il prezioso liquido venne rubato infatti da un gigante di nome Suttung, e la notizia di quel potente nettare giunse alle orecchie di Odino, assetato di sapere come un ubriacone  assetato di vino.
Per ottenere la bevanda, il re degli dei si travest da contadino e si rec nella terra dei giganti e, come per caso, inizi a passeggiare su un prato appartenente al fratello di Suttung, nel quale nove schiavi stavano tagliando il fieno. Ascolt le imprecazioni e le maledizioni degli uomini mentre cercavano di compiere il loro dovere utilizzando falci spuntate e arrugginite, e si offr di affilarle con la cote che portava appesa alla cintura. Una volta affilati, gli strumenti tagliavano l'erba come fosse burro.
"Forse potrei vendervi la cotedisse poi Odino. Gli uomini si misero a discutere e poi litigare su chi avesse il diritto all'acquisto. Odino lanci in aria la pietra e gli schiavi scattarono per afferrarla al volo, lottando furiosamente tra loro. Lo scontro fu cos violento che tutti e nove gli uomini morirono sotto i colpi delle loro falci.
Odino procedette quindi verso la fattoria, dove si present come un innocente straniero alla ricerca di un riparo. Nella casa trov il fratello di Suttung che digrignava i denti e si strappava i capelli: aveva appena saputo della morte di tutti i suoi schiavi. Chi avrebbe curato i campi e raccolto il fieno?
Lo sconosciuto afferm di essere in grado di svolgere il lavoro di tutti e nove gli schiavi e di volere in cambio soltanto la pi modesta delle ricompense: "Per un bicchiere del famoso idromele di Suttung, piegher la schiena e lavorer nei campi per tutta l'estategli disse.
Il gigante si mostr titubante: "Per la verit, straniero, non ho accesso alla scorta di idromele di mio fratello, ma se lavorerai bene per tutta la stagione, ti prometto che far del mio meglio per premiarti con una coppa della bevanda magica".
Odino accett la proposta. Con la forza di nove uomini e la volont di novecento, si fece carico di tutti i lavori della fattoria. Curava il bestiame, falciava i prati e legava i covoni di paglia, preparava nuovi campi per la coltivazione, trasportava i massi per delimitare la propriet e di notte dormiva su una panca accanto al fuoco della casa del suo padrone.
Quando la stagione del raccolto fu giunta al termine, Odino ricord al gigante la sua promessa. Si recarono insieme da Suttung, al quale il fratello chiese una coppa di idromele per pagare il contadino. Con uno sguardo minaccioso, Suttung rifiut di dargliene anche una sola goccia.
Odino rest impassibile, ma si ferm nella casa del gigante per un'altra notte. Al momento opportuno, raggiunse la figlia di Suttung, Qunnlod, e la sedusse con dolci parole. La ragazza rest cos affascinata dai modi gentili dello sconosciuto, in netto contrasto rispetto al corteggiamento rude e violento dei giganti, che lo accolse nel suo letto. Per tre giorni e tre notti i due amoreggiarono, e ogni notte Odino convinceva l'amante a lasciargli bere il magico idromele. La terza notte, il dio svuot tutti i boccali del sacro nettare e senza una parola di addio a Qunnlod, si trasform in un'aquila e vol lontano.
Svegliato dai lamenti della figlia, Suttung ricorse ai propri poteri occulti per trasformarsi a sua volta in un'aquila e partire all'inseguimento del ladro. I due sorvolarono Jtunheim e il battito delle loro ali risuon come il tuono prima di una tempesta. La magia di Odino era per pi potente e il re degli dei riusc a sfuggire al gigante e a raggiungere Asgard sano e salvo.
Nel frattempo, gli dei avevano appreso della missione di Odino e quando lo videro arrivare, sotto forma di aquila, prepararono una tinozza, nella quale Odino sput il prezioso nettare. Alcune gocce di idromele scivolarono fuori dalle mura di Asgard, e in questo modo fu donata agli uomini la poesia.
Un figlio di Odino si chiamava Balder, ed era l'incarnazione di ogni grazia e virt, amato dagli Aesir e adorato dai mortali. Incubi terribili perennemente lo perseguitavano, e Balder si svegliava urlando terrorizzato. Tale era l'orrore di ci che vedeva nel sonno che non riusciva nemmeno a trovare le parole per descrivere le terribili visioni notturne. Alcune dee bisbigliarono per che quei sogni erano segni premonitori di morte violenta.
Gli Aesir consultarono allora una strega, che pronunci parole incomprensibili e terribili messaggi di avvertimento.
Gli dei si riunirono in consiglio. Non riuscivano a credere che qualcuno, o qualcosa, volesse fare del male all'amato Balder; tuttavia avrebbero preso le misure necessarie per proteggerlo. Venne deciso che qualsiasi creatura o oggetto dell'universo capace di ferire avrebbe dovuto giurare di non toccare mai il dio Balder.
Nel giorno del grande giuramento, tutte le creature e gli elementi del mondo si presentarono agli dei. Gli spiriti che animavano il fuoco e l'acqua giurarono sul bracciale d'oro di Frigg che non avrebbero bruciato o annegato il figlio di Odino. I serpenti promisero di non morderlo, i metalli di non tagliarlo e le pietre di non colpirlo. Persino le malattie giurarono di non attaccarlo. Le piante velenose dichiararono che non avrebbero mai bruciato le sue interiora n inquinato il suo sangue. Ogni immaginabile fonte di pericolo ader al patto.
Una volta rassicurati, gli dei poterono rilassarsi e cominciarono a scherzare su Balder. Ridendo gli tiravano addosso pietre, coltelli e tizzoni ardenti, sicuri che nessuno di quelli lo avrebbe ferito. Loki, che desiderava la virt di Balder quanto invidiava la sua invulnerabilit, non si divertiva affatto e, in gran segreto, tram un complotto.
Inconsapevole delle intenzioni di Loki, la dea Frigg concesse udienza a una visitatrice. Accolse infatti una giovane donna venuta a chiedere, da madre a madre, come Frigg avesse fatto a rendere l'amato figlio cos invulnerabile. La sposa di Odino raccont cos la storia del grande giuramento. Ammise anche di aver esonerato dal giuramento un tenero germoglio. Si trattava di un sottile vischio che cresceva su una quercia a occidente del palazzo. Era cos piccolo e fragile che lo riteneva incapace di fare del male.
La visitatrice riflett un istante, quindi cambi argomento di conversazione, parl ancora del pi e del meno e non appena pot se ne and. Uscito dal palazzo di Frigg, Loki abbandon il travestimento. Quello era il giorno della festa di mezza estate e quella notte la luce non avrebbe mai lasciato il posto all'oscurit. Tutta Asgard risuonava dei festeggiamenti delle divinit, che celebravano la festa del fuoco per salutare quel particolare momento dell'anno.
L'idromele e la birra d'orzo scorrevano troppo veloci perch qualcuno degli Aesir si accorgesse che un membro della compagnia se n'era andato. Nel silenzioso boschetto illuminato dai pallidi raggi del sole di mezzanotte, una figura si ergeva accanto all'albero sul quale cresceva il vischio. Dopo un attimo di esitazione, scagli una cascata di sassi per staccare la giovane pianta dall'albero.
Il mattino seguente, Loki si rec nel luogo di incontro delle divinit. L, vide gli dei scherzare con Balder, lanciandogli lance e frecce che rimbalzavano sul suo corpo senza mai scalfirlo. Solo Hoder, il fratello cieco di Balder, si teneva in disparte. Loki si avvicin con noncuranza a Hoder. Chiacchierando con il giovane sottoline il buon umore e l'aspetto radioso degli dei, e in particolar modo si entusiasm per la bellezza della cognata di Hoder, Nanna, moglie di Balder.
Quello era il punto debole di Hoder, e Loki lo sapeva. Molti anni prima, i due fratelli si erano scontrati per ottenere la mano della fata Nanna. Nello scontro per conquistare la fanciulla, Balder era uscito vincitore e Hoder aveva perso la vista. Era un peccato, afferm Loki, che Hoder non potesse partecipare a quel gioco; lanciare oggetti contro Balder doveva essere veramente divertente. Propose cos a Hoder di guidargli la mano per permettergli di giocare con gli altri.
Loki fece scivolare qualcosa nella mano del do cieco: un ramo di vischio dall'estremit appuntita.
Hoder strinse la lancia, ascolt attentamente le voci per stabilire dove si trovava il bersaglio umano e lanci il vischio.
Colp il corpo di Balder proprio mentre un'allegra risata gli sgorgava dalla gola. La tragedia di quel momento si propag in tutto il mondo, poich il giovane era il pi onesto e generoso di tutti gli dei. Ora per se n'era andato; la sua radiosit era stata spenta in un secondo.
Gli Aesir iniziarono i preparativi per il funerale. C'era molto da fare. Qualcuno allung la mano per chiudere gli occhi e le labbra del defunto.
Un frammento di vestito, strappato forse dalle gonne della moglie disperata, era posto sul suo capo. Gli schiavi portarono via il corpo per lavarlo e ungerlo e ai migliori tessitori e sarti venne dato l'ordine di inventare gli abiti pi belli e raffinati che si fossero mai visti.
Nel frattempo, gli Aesir costruirono la galea che avrebbe portato Balder fuori dal mondo dei vivi. Si trattava di un'imbarcazione superba, dalle prue gemelle avvolte a spirale in code di serpente. Sulla chiglia, figure di guerrieri si agitavano nella coda di draghi di legno e teste di mostri scolpiti spuntavano dalla prua. La galea era sulla spiaggia, ancora priva del suo capitano.
I famigliari di Balder portarono sul vascello gli oggetti che pi gli erano stati cari, affinch lo accompagnassero nel suo ultimo viaggio: lance di bronzo e spade dall'impugnatura d'oro, un'ascia di guerra decorata con foglie di acanto in filigrana d'argento, bardature impreziosite con pietre dure, braccialetti dalla testa di drago, giganteschi corni per bere. Nanna, in piedi sul ponte, controllava ogni dettaglio per assicurarsi che al marito non mancasse nulla per il viaggio nella terra dei morti.
Quando la nave fu pronta, il corpo di Balder venne posto su un catafalco a baldacchino. Con mani tremanti, Nanna infil ai piedi del marito scarpe di pelle di renna, affinch potesse camminare fra i morti con grazia e leggerezza. Accanto al corpo vennero disposti vassoi di frutta ed erbe, e brocche di idromele per soddisfare la sua sete. Il cavallo preferito del defunto venne portato a bordo e ucciso, e allo stesso modo vennero sacrificate due mucche da latte.
Gli dei si radunarono sulla spiaggia. Giunsero Odino e Frigg, scortati da uno stormo di corvi imperiali. Freya, dea dell'amore e della bellezza, arriv su un calesse trainato da gatti. Quello del fratello Frey, signore della pace e della prosperit, era invece tirato da un cinghiale dalla pelle d'oro. Tutti gli dei portarono doni e ricordi da offrire al loro fratello defunto. Mancava solo Hoder, incapace di credere che dalla sua mano fosse partito il colpo mortale.
I muscoli degli uomini brillarono di sudore, mentre cercavano di trascinare il pesante vascello lungo la spiaggia. Il peso dello scafo, appesantito dai beni del defunto e dai doni degli dei, era eccessivo: gli schiavi gettarono la spugna e crollarono, esausti, sulla sabbia.
Dal momento che gli dei non possedevano la forza necessaria, inviarono un messaggero nella terra dei giganti, e in breve tempo giunse una gigantessa. Si present in groppa a un lupo con briglie di serpenti. Con un piccolo sforzo spinse la nave in mare e in quel momento la terra trem.
Mancava per ancora un particolare prima che alla nave potesse essere appiccato il fuoco. Balder aveva bisogno di un servitore che lo accompagnasse nella terra dei defunti. L'usanza nordica imponeva che una serva della casa del defunto si offrisse di assistere l'amato padrone nel suo ultimo viaggio.
Gli dei si voltarono verso il gruppo di schiave per vedere chi di loro si sarebbe fatta avanti. Una serva avvolta in uno scialle nero emerse dal gruppo ma Nanna le blocc il passo: "Balder non avr alcuna camerieradisse. A quelle parole, un mormorio di sorpresa si lev fra gli dei. Si trattava di un'antica usanza, che mai nessuno aveva osato interrompere.
Nel frattempo la marea si era alzata e per Balder era giunto il momento di veleggiare sulla sua nave di fuoco verso l'aldil. La vedova del defunto accese la prima torcia per infiammare la pira del marito. Dopo di lei, gli altri Aesir lanciarono i loro tizzoni ardenti. Quando la nave era ormai completamente avvolta dalle fiamme, Nanna si gett nell'inferno.
Gli dei capirono la sua disperazione. Senza Balder, il loro mondo era piombato nell'oscurit. Il tempo non serv ad alleviare il loro dolore. Giunsero cos alla decisione di inviare un messaggero alla dea Hel, signora dell'aldil. Il suo regno era cos affollato, pensarono, che forse avrebbe accettato il pagamento di un riscatto per lasciare libero uno dei suoi prigionieri.
Hermod, uno dei figli di Odino, si offr di andare alla ricerca del fratello nel regno degli inferi. Per il viaggio, prese in prestito Sleipnir, il destriero a otto zampe del padre. Per nove giorni e nove notti, Hermod galopp attraverso valli deserte senza incontrare nessuno e senza udire alcun suono al di fuori dell'eco degli zoccoli del cavallo.
Infine giunse a un ponte, protetto da un tetto di paglia d'oro, che si estendeva sopra un fiume nero.
Una fanciulla era l di guardia, pronta a contare i morti quando attraversavano il ponte. Disse a Hermod di aver visto passare Balder.
Seguendo la strada indicatagli dalla ragazza, Hermod si trov davanti a due alti cancelli di ferro. Con un deciso colpo di speroni, spinse Sleipnir a saltare e il destriero super l'ostacolo con estrema facilit. Hermod trov cos la strada per raggiungere il palazzo dove abitava Hel. L, la dea presiedeva una festa silenziosa, con Balder e Nanna seduti al posto d'onore.
Hermod era un guerriero di poche parole e non certo un poeta, ma la sua descrizione del tormento e della desolazione degli dei dovette commuovere la regina della morte, che fece una proposta. Se ogni creatura e ogni oggetto di tutti i mondi avesse apertamente pianto Balder, lei avrebbe accettato quel torrente di lacrime come riscatto e avrebbe rimandato a casa il giovane.
Se per anche una sola persona o oggetto avesse avuto gli occhi asciutti, allora Balder sarebbe rimasto per sempre nel suo regno.
Hermod torn ad Asgard e rifer la proposta. Immediatamente vennero inviati dei messaggeri in tutto il mondo per comunicare la notizia. Cos come ogni essere vivente nel cosmo aveva promesso di non ferire Balder, ora accett di piangerlo. Gli uomini si sciolsero in lacrime, i cani ulularono, una goccia di cristallo cadde dall'occhio del falco. L'universo vibr di lamenti e gemiti e per poco le lacrime dell'universo non inondarono anche il regno di Hel.
Tuttavia, i messaggeri scoprirono che il riscatto non era completo. Di ritorno ad Asgard, si fermarono in una caverna, forse per ripararsi dalle lacrime del cielo. L, incontrarono una gigantessa i cui occhi erano vuoti e asciutti. Alla loro richiesta di unirsi al cordoglio generale, quella rispose: "Balder non mi  stato di alcuna utilit n da vivo n da morto. Hel pu tenersi ci che ha".
Cos Balder rest nella casa di Hel e gli dei montarono su tutte le furie. In seguito, scoprirono che la gigantessa era in realt Loki in uno dei suoi numerosi travestimenti.
Riflettendo, Odino ricord la profezia della strega all'epoca degli incubi di Balder. La donna aveva parlato del futuro omicidio di un vendicatore non ancora nato e della principessa mortale che avrebbe portato in grembo il seme di Odino.
Solo con la morte di Balder l'indovinello era diventato chiaro, e dopo tutto quello che era successo, Odino finalmente cap: per punire l'uccisione di un figlio, avrebbe dovuto generarne un altro, nato solo per quello scopo, da una donna nominata dalla veggente: Rinda, figlia di un re dei Rus.

Odino si trasform cos in un giovane soldato, sperando di conquistare le attenzioni di una fanciulla giunta nell'et degli intensi amori.
Quando lo sconosciuto arriv nella casa del padre di Rinda, venne accolto con gli onori dovuti a un valoroso combattente. Gli vennero offerti vassoi di carne fumante e la sua coppa non restava mai vuota.
I poeti allietarono i presenti con storie di antiche e nuove vittorie.
Mentre i suoi anfitrioni ascoltavano il racconto in rima di una delle loro battaglie preferite, Odino si allontan alla ricerca della principessa.
Presto per scopr che Rinda non possedeva la stessa natura ospitale del padre.
Quella non era la ragazzina arrendevole che si era immaginato.
Rifiut infatti il suo corteggiamento e quando, eccitato da altro idromele, Odino torn da lei, lo copr di insulti. Non restava altro che ricorrere alla magia. Odino lasci il palazzo e s'incammin nella foresta circostante. Strapp un pezzo di corteccia da una betulla e vi iscrisse numerosi simboli magici.
Quindi torn nel palazzo e dopo aver camminato su un tappeto di ospiti addormentati, trov Rinda intenta a succhiare il midollo da un osso di montone. Come per scherzo, la colp con la corteccia.
Rinda lasci cadere l'osso, scatt in piedi, spalanc la bocca e rugg come un leone.
Inizi a correre per la sala, rivoltando panche, lanciando coltelli, colpendo chiunque si trovasse sulla sua strada. Odino rest sulla porta, mentre la fanciulla strangolava uno schiavo innocente.
Quindi torn nel bosco, lasciando il suo anfitrione alle prese con la figlia.

Il mattino seguente tutto era tranquillo. La principessa era stata bloccata dagli sforzi combinati di una dozzina dei pi forti guerrieri del re e quindi rinchiusa in una stanza dall'altra parte del palazzo. Odino, che si era allontanato per trasformarsi in un'anziana vecchietta esperta delle virt curative delle erbe, torn dal re per offrirgli i suoi servigi. Mostrandogli un cesto colmo di erbe e radici, promise all'afflitto sovrano che sarebbe riuscita a curare la figlia. Il re disse che le avrebbe permesso volentieri di curarla, ma temeva per l'incolumit di chiunque si avvicinasse a Rinda. Anche in quel momento, le grida, i pugni, gli ululati e le maledizioni della fanciulla echeggiavano nel palazzo.
La vecchietta scoppi a ridere. Aveva avuto a che fare con casi ben peggiori, spieg, e chiese soltanto di essere lasciata sola con la paziente. Su richiesta del loro signore, due schiavi tolsero i ceppi di legno e le pietre che erano state ammonticchiate contro la porta. Quindi si allontanarono velocemente, timorosi della furia distruttrice di Rinda. La vecchia tir forte i catenacci, gir la chiave e socchiuse la porta quel tanto che le bast per infilarsi nella stanza, quindi ordin ai servi di chiudere nuovamente l'uscio.
Inizialmente nel palazzo risuonarono solo dei ruggiti. Poi, lentamente, scese il silenzio. Molte ore dopo, la vecchietta chiam. I servi spostarono nuovamente la barricata per lasciare passare la vecchia. Dietro di lei, rannicchiata in un angolo, Rinda dormiva. Il suo respiro era regolare e l'espressione del viso serena. Era tutto finito, afferm la guaritrice. Rifiut l'offerta di pagamento del re e scomparve. Quando la principessa si svegli, balbett una storia incredibile. "Una donna  venuta da me, si  trasformata in un dio e mi ha presa con la forza". Nel palazzo interpretarono quel racconto come la visione di una povera pazza. Ben presto per il ventre di Rinda cominci a gonfiarsi e la fanciulla diede alla luce un bambino dalla forza e dalle dimensioni incredibili. Il bimbo continuava ad aprire e chiudere i piccoli pugni, come se cercasse una spada da brandire o una lancia da tirare.
Tornato nel suo regno, Odino sorrise quando seppe la notizia. La profezia si sarebbe avverata: il figlio di Rinda sarebbe cresciuto per uccidere l'assassino di Balder.
Eppure Odino non era ancora soddisfatto. Desiderava ardentemente conoscere ogni segreto del futuro, come se l'onniscienza potesse condurre all'onnipotenza. Ben presto per avrebbe imparato che quell'idea era solo follia.
La sua ricerca della saggezza lo port nella terra di Hel, dove le anime dormivano sotto grandi tumuli di pietre. Raggiunse uno di quei tumuli e bisbigli una formula magica. Dalla profondit della terra giunse un lamento.
Lo spirito era riluttante ad alzarsi, ma obbligato dall'incantesimo usc dal luogo del suo riposo.
Odino spalanc gli occhi. Sapeva di aver richiamato lo spirito di una strega ma solo quando lo spettro emerse vide che si trattava di Heid, rinata dalla maga Qullveig, la fanciulla dei Vanir torturata dagli Aesir anni prima.
Parole inquietanti emersero come un torrente dalla bocca della Sibilla. Prima parl di avvenimenti passati, la sua lingua era una vanga che rivoltava la terra di tempi ormai sepolti. Poi, quando ebbe provato in questo modo la chiarezza della sua visione, la veggente inizi a guardare nel futuro.
Una dopo l'altra, si presentarono immagini terribili: la dea Frigg disperata per le calamit che avevano colpito Asgard; Loki legato accanto a una sorgente sulfurea; una spiaggia senza sole dove i corpi di uomini morti galleggiavano in acque avvelenate; un grande drago impegnato a succhiare il sangue dai loro corpi, lasciando la carne e le ossa in pasto al lupo Fenris, il mostruoso terribile discendente di Loki.
La Sibilla si ferm, fiss Odino e gli chiese: "Vuoi sapere di pi?".
"Vai avantiinsistette il re degli dei. Lei vide eserciti di guerrieri apparire dal Walhalla e il mondo impegnato in una guerra universale, poich i figli di una stessa madre combattevano l'uno contro l'altro. Il grande frassino al centro della terra tremava e il serpente che circondava la terra lo percuoteva con violenza. Vide anche Loki salpare dalle terre del nord a bordo di una nave di morte, portando con s gli eserciti dell'oscurit.
"Vuoi sapere di pi?". "Vai avanti".
un esercito di demoni uccidevano gli dei con spade di fuoco; le montagne crollavano, le stelle scomparivano e il sole diventava nero; i palazzi di Asgard erano inondati di sangue; Odino stesso veniva ferito a morte dal lupo Fenris; la terra affondava nell'oceano; il vento soffiava impetuoso e il silenzio regnava sovrano per l'eternit.
"Vuoi sapere di pi?".
"No".
Non c'era nient'altro da sapere. Lo spirito della Sibilla scomparve nella tomba fra le rocce.
L'arroganza di Odino era tale che, nonostante gli avvertimenti ricevuti, era convinto di poter cambiare il corso del destino. Lo spirito aveva parlato di eserciti giunti dal Walhalla per seminare morte e distruzione nel mondo. Il re degli dei decise allora di proteggere la sua fortezza con una forza combattente in grado di respingere qualsiasi attacco nemico.
Per creare tale esercito, avrebbe reclutato i guerrieri pi audaci e coraggiosi. Aveva sempre accolto nella sua casa gli eroi pi valorosi, e coloro che erano caduti in battaglia venivano ricevuti come ospiti d'onore.
Odino per conosceva bene la forza dei suoi nemici in quel conflitto e perci sapeva di dover riunire un numero ben pi elevato di uomini. Se fosse stato necessario, giur a se stesso che avrebbe strappato gli eroi pi valorosi dalla terra dei vivi prima che il loro destino si fosse compiuto.
Per Odino si trattava semplicemente di intervenire sull'esito di una battaglia, causando la morte di coloro che avrebbero dovuto sopravvivere. Cos, il signore degli dei divenne un ladro di anime.
Affinch lo aiutassero nell'arduo compito di riunire le truppe, convoc le Valchirie, dee delle carneficine, cacciatrici di campi di battaglia ricoperti di cadaveri. I loro nomi esprimevano la loro natura: una si chiamava Grido, un'altra Urlo e una terza Furore.
come le altre sorelle divine, le Nome, le Valchirie erano votate all'arte femminile della tessitura, ma quello che tessevano era un telaio di morte: il loro ordito di guerra era un intreccio di sangue umano e interiora. Odino ordin loro di osservare i mortali mentre combattevano e di scegliere i candidati per il suo esercito.
Le Valchirie portavano quindi le anime dei prescelti dal campo di battaglia al Walhalla, dove Odino le riceveva in una sala dorata, dal tetto di scudi e lance sovrapposte. Ogni giorno, gli ospiti erano impegnati in duelli e lotte corpo a corpo nei cortili del suo palazzo. Ogni notte si riunivano per festeggiare e ascoltare racconti di coraggio e valore. La carne che veniva servita loro era quella di un cinghiale sacro che veniva ucciso ogni sera ma resuscitava miracolosamente ogni mattina, per ingrassare durante la giornata ed essere nuovamente ucciso e cucinato. Il suo sapore era pi dolce di quello di qualsiasi animale allevato dai mortali. Indulgendo nei piaceri del cameratismo e del combattimento, l'esercito era soddisfatto e sempre pronto a dare battaglia.
Sicuro che le forze di Asgard avrebbero vinto anche la pi temibile di tutte le guerre, Odino e gli altri dei si lasciarono andare a una serie di festeggiamenti, culminanti in un grande banchetto offerto da Aegir, dio del mare. Tutti quanti accettarono l'invito di buon grado, poich il signore delle acque possedeva una birra chiara famosa per la sua bont.
con lo scorrere della birra, gli dei divennero zuccherosi e languidi. Iniziarono a comportarsi l'uno verso l'altro con cortesia esagerata, prodigandosi in complimenti per la bont del cibo, la piacevole compagnia e il servizio. Un servitore in particolare venne sommerso di elogi: con che abbondanza riempiva i piatti di cibo e i corni di quel nettare delizioso; con che assiduit incoraggiava gli ospiti a gustare la cena soddisfacendo richieste di ogni genere.
Loki, che si trovava fra gli invitati, non ne poteva pi. Geloso per le lodi tributate al servo e nauseato da quelle parole stucchevoli, estrasse il coltello da un pezzo di carne e lo conficc nell'addome dello schiavo. Quest'ultimo mor prima che il sorriso lasciasse il suo volto.
Gli dei si sentirono oltraggiati e offesi. La violenza a un banchetto rompeva tutte le leggi dell'ospitalit. Cacciarono cos Loki dal palazzo. Il corpo dello schiavo venne trascinato via e sul pavimento venne sparsa della paglia per assorbire il sangue della vittima. Tuttavia, non appena sulla tavola comparve un appetitoso bue arrosto, gli invitati dimenticarono lo spiacevole incidente.
Loki vag per i boschi un paio di ore prima di piombare sulla compagnia. Nel vederlo, gli Aesir interruppero bruscamente un gioioso canto appena intonato. Nel silenzio, Loki fiss i volti dei presenti. Quindi chiam Odino, ricordandogli i giorni in cui erano stati amici per la pelle e fratelli di sangue e come il capo degli dei non avrebbe mai bevuto birra a meno che il suo buon amico Loki non fosse al suo fianco.
Uno a uno, Loki si rivolse poi agli altri dei, riportando alla luce passati peccati e rivelando scandali segreti. Parlando, teneva il dito puntato sulla vittima di turno. Quella, disse, era una meretrice che tradiva il suo sposo con amanti di entrambi i sessi; quello seduto accanto a lei era un bugiardo, un codardo e un impostore.
Percorse tutta la sala e pochi furono i presenti graziati dalla sua lingua tagliente. Loki promise a tutti una dose di fiele per insaporire le loro bevande. Gli dei cercarono di contrattaccare con un torrente di insulti ma ogni offesa o ingiuria scivolava su Loki lasciandolo del tutto indifferente.
Quando ebbe concluso i suoi attacchi, Loki trafisse gli Aesir sparando un ultimo colpo.
Disse infatti: " mia la mano che ha guidato Hoder a usare il vischio che ha ucciso Balder. Miei sono gli occhi che non hanno versato una lacrima quando l'universo intero ha cercato di strappare Balder dal regno dei morti".
Mentre parlava, Loki si era avvicinato alla porta ma prima di andarsene annunci che suo figlio, il lupo Fenris, avrebbe presto spezzato le sue catene, annunciando cos la distruzione degli dei. Quindi svan. Il silenzio cadde nella sala.
All'improvviso, le panche volarono in aria, i tavoli vennero rovesciati, e piatti e coltelli gettati a terra. Gli dei di Asgard scattarono in piedi e partirono all'inseguimento di Loki, spinti da un'ondata d'ira e vergogna.
Tramutandosi da un essere all'altro, Loki sfugg agli inseguitori. Vol lontano dai palazzi di Asgard, sulle ampie pianure, lungo le coste rocciose, poi pi su, fra le montagne ricoperte di foreste, dove nascevano i fiumi e i torrenti del nord. L, sulle alte vette, trov un luogo dove nascondersi. La casa che scelse aveva una porta su ognuna delle quattro pareti, in modo da permettergli di controllare ogni direzione.
L rimase, protetto dalla sua magia. Ogni giorno assumeva le sembianze del salmone, il re dei pesci, e si appostava sotto la cascata. Ogni notte riprendeva il suo aspetto. Durante il tempo trascorso in acqua, Loki escogit un nuovo sistema per catturare i pesci: fu infatti il primo a creare una rete da pesca.
Una sera, mentre lavorava accanto al fuoco alla rete da lui inventata, ud delle voci. Gli Aesir stavano avvicinandosi. Gett la rete nel fuoco, assunse le sembianze di pesce e si nascose nel torrente. Quando gli Aesir irruppero, la capanna era deserta. La rete aveva per lasciato la sua impronta fra le ceneri. Gli dei capirono subito che si trattava di uno strumento per intrappolare creature sguscianti e ne crearono un'altra uguale. Vedendo un grande salmone saltare nel torrente, decisero di provare la validit di quello strumento. Thor lanci la rete e cattur il salmone e mentre il salmone si dibatteva nella trappola, si accorse che era Loki. Con la forza della loro volont, gli dei obbligarono Loki a riacquistare il suo aspetto e stabilirono una punizione consona alla gravit dei crimini da lui commessi. Lo trascinarono in una grotta al centro della terra e lo legarono a tre rocce appuntite, poste accanto a una sorgente maleodorante. Come catene non usarono del normale metallo ma le viscere attorcigliate e annodate di Narfi, uno dei figli di Loki. Gli dei misero quindi un serpente velenoso su un ramo al disopra del prigioniero, in modo tale che il veleno gli gocciolasse sul viso; poi lo lasciarono l a languire. In quella prigione sotterranea a Loki fu per concesso di avere il conforto della moglie, la dea Sigyn, che gli si sedette accanto.
La dea teneva in mano una coppa nella quale raccoglieva le gocce di veleno. Ogni volta che la coppa si riempiva era per obbligata a voltarsi per svuotarla e gocce di acido cadevano allora sul volto di Loki, causando profonde e dolorose bruciature. Talmente dolorosa era l'agonia di Loki che il suo dimenarsi faceva tremare la terra.
 Odino giunse per ergersi trionfante sopra il prigioniero. Tuttavia mentre guardava Loki agitarsi in catene, ricord le parole della Sibilla. Come aveva predetto, Loki giaceva in catene accanto a una sorgente sulfurea. Molte delle cose di cui aveva parlato lo spirito ora avevano un senso.
Odino si rese conto che tutto quello che era stato predetto si sarebbe realizzato. Il destino degli dei non poteva essere cambiato, e la fine del mondo era ormai vicina. In lontananza, Odino sent un lupo ululare.

TTT
L'Inesorabile Destino.

Per quanto le divinit nordiche desiderassero la vita eterna e proteggessero il loro dominio, sapevano che un grande cataclisma un giorno le avrebbe travolte. Nella notte dei tempi, le Nome (le tre divinit immortali tessitrici del destino) avevano predetto la distruzione del cosmo, e streghe e sibille avevano indicato i segni premonitori dell'imminente catastrofe. Il destino era segnato.
Il mondo venne inizialmente imprigionato in una morsa di ghiaccio e l'oscurit avvolse la terra. Per tre anni la notte e l'inverno regnarono sovrani. Gli uccelli cadevano morti dal cielo, gli alberi non davano pi segno di vita e i mari erano una distesa di ghiaccio.
Nelle profondit della terra, il mostruoso lupo Fenris si dibatteva stretto dalle catene forgiate dagli dei con materiali privi di materia: il grido di un gatto, la barba di una donna, le radici di una montagna, i tendini di un orso, il fiato di un pesce e la saliva di un uccello in volo. Fenris era confinato ma i suoi cuccioli fuggirono dalla tana sotterranea per vagare liberamente nel mondo. Nutrendosi delle malvagit umane, i piccoli raggiunsero dimensioni inimmaginabili, fino a quando con un solo balzo riuscirono ad azzannare il sole. Nel momento in cui le loro zanne strapparono il disco dorato, il lupo ruppe le catene. Occhi e narici sputavano lingue di fuoco, mentre dalle fauci il sangue colava abbondantemente. Emerso sulla superficie della terra, il mostro si lanci sulle pianure gelate, bruciando gli alberi col suo fiato. Dalle torri di Asgard videro le fiamme, segni premonitori del cataclisma conosciutocol nome di Ragnark, il Crepuscolo degli Dei.
Dalla liberazione di Fenris, un orrore segu l'altro. Tutte le creature malvagie del mondo emersero dalle loro tane: draghi ricoperti di melma e dalle fauci che lanciavano fiamme; serpenti che sputavano veleno da lingue biforcute; ratti dagli occhi di fuoco; sciami di mosche e insetti; parassiti che si nascondevano nella carne. La terra trem e l'oceano sommerse le coste. Il serpente Midgard, che dal giorno della creazione aveva abitato il fondo del mare, emerse e si diresse verso terra; dalle fauci spalancate emetteva getti di veleno, che raggiunsero e bruciarono la volta celeste.
Nel frattempo, i giganti, che per anni avevano nutrito risentimento nei confronti degli dei, insorsero in preda all'ira. Non avevano dimenticato il modo in cui erano stati raggirati, derisi e imbrogliati; come i loro tesori fossero stati rubati e le loro donne sedotte; come la loro forza fosse stata sfruttata e le loro fatiche non ricompensate.
Mentre i giganti marciavano verso Asgard, Yggdrasil, il grande frassino posto al centro del mondo, si spacc in due, terrorizzando le creature sacre che abitavano fra le sue foglie: un galletto d'oro, uno scoiattolo, una capra, quattro cervi, un serpente e un falco.
Il fremito delle foglie provoc un terribile vento che soffi impetuosamente su Asgard. Heimdall, la sentinella degli dei, sent il suo ululare dalla postazione sotto le mura di Asgard, dove il ponte di arcobaleno si estendevafra i mondi, e vide i giganti avvicinarsi. La guardia soffi il corno per riunire gli dei. Le creature divine accorsero da ogni angolo della citt, armate e pronte per combattere. Tutti sapevano a che cosa stavano andando incontro, poich una maga aveva predetto quel momento.

Ogni creatura del cielo e della terra, dei inclusi, era in preda alla paura.
Quando il corno di Heimdall risuon nella citt, Odino, padre degli dei, si apr un varco nel boschetto di querce diretto a un tempio nascosto, protetto dagli intrusi da barricate invisibili costituite da incantesimi e maledizioni. Andava a chiedere consiglio a Mimir, dio di grande saggezza.
Da anni ormai, Mimir era stato ucciso, ma grazie alla sua magia, Odino era riuscito a conservarne la testa e sebbene in Mimir non fosse pi presente il soffio vitale, possedeva ancora, grazie ai poteri occulti di Odino, capacit di pensiero e parola. Quel giorno, per l'ultima volta, Odino raggiunse il luogo di riposo di Mimir. Non ci  dato di sapere che consiglio diede la testa al padre degli dei. Forse, le labbra di Mimir espressero ci che Odino temeva e cio che niente poteva essere fatto per cambiare l'esito della guerra. Tuttavia, era necessario combattere. Cos, Odino torn nel Walhalla, portando con s la lancia simbolo di regalit, due lupi e una coppia di corvi sacri. Le creature erano irrequiete, poich anch'esse sentivano odore di sangue.
Odino radun gli altri dei e ordin loro di prepararsi per la battaglia. Non sappiamo quali fossero le strategie studiate e gli ordini impartiti, ma  certo che la magia ebbe un ruolo importante quanto le frecce, gli scudi, le asce e le saette di Thor.
Le mura della fortezza tremarono: il nemico si stava avvicinando. Le divinit di Asgard aspettavano in silenzio, pronte a combattere.
Dal mare e dalla terra, i nemici degli dei avanzavano verso Asgard. A sud apparvero le truppe di Surt, signore dei giganti di fuoco, la cui spada risplendeva come un tempo il sole.
A ogni suo passo, un misterioso vapore sibilava dalle crepe della terra e ovunque passasse, il terreno si incendiava. Il suo esercito era protetto d un anello di fuoco.
Nella tempesta, forme spaventose sfioravano la superficie del mare. Da occidente, giunse una nave di fantasmi, capitanata dal gigante Hrym. Un pericolo ancora pi grande giungeva tuttavia da un vascello proveniente da nord, sul quale sventolava la bandiera di Loki, l'incarnazione del male.
Per lunghi anni Loki era rimasto sottoterra accanto a una fonte di acqua avvelenata, incatenato dagli dei con funi create con le interiora di uno dei suoi figli, legato alle rocce ed esposto al veleno acido che cadeva dalle fauci di un serpente. Nonostante ci era ugualmente riuscito a liberarsi e ora era pronto a lanciarsi in battaglia, deciso a vendicarsi.
Naglfar, la nave sulla quale viaggiava Loki, era il pi sinistro dei vascelli. Da sempre, le navi del nord venivano costruite con legno di quercia, ma quell'incarnazione era stata creata con le unghie di uomini morti. Per intere generazioni, i maghi che presiedevano i riti funebri avevano insistito affinch le unghie dei defunti venissero tagliate completamente al fine di ostacolare il carpentiere navale degli inferi. I saggi conoscevano infatti le profezie e il ruolo che una nave di unghie avrebbe avuto nel Ragnark.
Tuttavia, nonostante i loro sforzi, la costruzione della Naglfar poteva essere posticipata ma non evitata. Il vascello stava ormai avvicinandosi alla riva con il suo equipaggio di spiriti radunati dalle gelide distese del regno di Hel.
Campo di combattimento era la pianura di Vigridr, che si estendeva di fronte al Walhalla e misurava un centinaio di leghe su ogni lato. Mentre i giganti avanzavano a piedi e a cavallo,il cielo si squarci e Bifrost, il ponte di arcobaleno che collegava Asgard alla terra, si incendi, crollando a pezzi.
Gli dei vennero guidati in battaglia da Odino, che indossava una corazza di maglia e un elmo d'oro sormontato da ali d'aquila, il signore degli dei si diresse risoluto verso Fenris ma la sua forza non poteva competere con quella del peggiore dei mostri. Il lupo spalanc le grandi fauci, azzann il padre degli dei e lo divor.
Coloro che assistettero alla terrificante fine del loro sovrano restarono impietriti dall'orrore e divennero facile preda dei giganti. Thor, il dio del tuono, impegnato nella lotta contro il serpente Midgard, non assistette alla caduta di Odino, nonostante il suo grande potere, le saette da lui lanciate rimbalzavano sulle squame del nemico senza ferirlo in alcun modo. Thor sollev allora il martello e chiamando a raccolta le sue ultime forze, fracass la testa del serpente. Seppur morente, Midgard riusc a portare a termine la sua vendetta: dalla sua bocca emerse infatti una nuvola di fumo velenoso che sped Thor nel regno di Hel. Loki, al centrodel campo di battaglia, cercava un avversario degno della sua potenza. Il suo sguardo cadde su Heimdall risvegliando un odio e un risentimento atavici. Brandendo una spada e un pugnale sottile come un ghiacciolo, caric il nemico. Entrambi abili guerrieri, soltanto dopo un lungo combattimento le armi colpirono il bersaglio e la sentinella di Asgard e colui che aveva portato dolore e sventura al regno degli dei caddero insieme. Non rest nessuno a piangere i defunti, poich tutti gli dei di Asgard erano morti.
Senza Thor, capace di mantenere l'ordine nell'universo, animali, uomini, giganti, nani e spiriti sprofondarono nel caos. Le creature pi grandi divoravano quelle pi piccole, uomini e donne combattevano fra di loro, tradivano la loro stessa stirpe, sopprimevano i loro figli, laceravano la carne e schiacciavano le ossa dei loro vicini. Gli eserciti si ribellavano ai comandanti, i marinai si ammutinavano, gli schiavi morivano di fame ai margini di campi incolti e gli animali delle foreste rincorrevano i cacciatori. Ben presto, tutte le specie dei numerosi mondi scomparvero. Solo pochi uccelli da preda, provenienti da qualche luogo ultraterreno sorvolavano i campi disseminati di carogne.
Il vento soffiava sulle abitazioni abbandonate di dei e giganti, portando con s il puzzo di sangue. La terra stessa inizi a cambiare forma e le stelle cadevano nel mare come rondini esauste dopo un viaggio troppo lungo.
I tre reami di Asgard, Midgrad e Jtunheim presero fuoco. Alcuni bardi sostennero che il gigante Surt aveva provocato un simile disastro emanando il suo ultimo respiro. Il bagliore della distruzione illumin i cieli come un tempo avevano fatto il sole e la luna, ma nessuna creatura era viva per poter assistere a un simile spettacolo.
I palazzi degli dei erano stati distrutti dalla conflagrazione. Nei boschetti sacri non si ergeva pi un albero, n una lapide con un'iscrizione runica. Il suolo bruciato era ricoperto di fango annerito e la morte regnava ovunque incontrastata.
I mari e i fiumi si ingrossarono e ruppero gli argini. Le scogliere si sgretolarono e le montagne affondarono. Onde enormi spazzarono via tutto ci che incontrarono sul loro cammino e l'acqua raffredd e ricopr la terra. I cieli per continuarono a bruciare per secoli e secoli, e fu la fine del vecchio mondo.

In modo sconosciuto a profeti e poeti, un nuovo mondo emerse dai resti di quello antico. Dalle acque affior lentamente una terra verde e fertile. Una figlia del sole apparve nel cielo per illuminare un mondo di speranza.
I fiumi ripresero a scorrere, le sorgenti a ribollire, i torrenti a correre lungo i declivi delle montagne dove giovani uccelli costruivano i loro nidi e allevavano i piccoli. I salmoni saltavano nuovamente nei fiumi e i cervi brucavano i teneri germogli della nuova terra.
Miracolosamente, due esseri umani, un uomo e una donna, sopravvissero alla devastazione. Erano i progenitori di una nuova razza che avrebbe ripopolato la terra. Le due creature per non erano sole.
Anche gli dei si avventurarono in quel nuovo mondo. Balder, il dio pi bello e virtuoso delle antiche divinit, ucciso dalle macchinazioni di Loki, torn alla vita e si assunse il compito di proteggere l'umanit. Con lui giunsero altre divinit, figli di Thor e di Odino, per abitare nuovamente nei cieli e ricordare i tempi passati.
Tra i prati di quel regno di pace si ergeva Giml, la casa della gente brava e onesta. Il tetto era di paglia dorata e le pareti erano costruite con oro rosso.
Quando i suoi abitanti uscirono per passeggiare all'aria fresca e fragrante, calpestarono strani oggetti nascosti nell'erba: pietre incise con rune, amuleti dal misterioso significato e pezzi degli scacchi dorati appartenuti agli dei scomparsi.
Tuttavia, non tutto era perfetto in quel paradiso terrestre. Sotto la terra si nascondeva un drago, appena nato o risorto, in attesa del momento giusto. Quando avrebbe attaccato, nessuno, n poeti, saggi o sibille, poteva dirlo.
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FINE.
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Ringraziamenti
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Gli editori desiderano ringraziare le seguenti persone e istituzioni per il loro aiuto nella preparazione del presente volume: Guy Andrews, London; M.Ayres, London; Charles Boyle, London; Lesley Coleman, London; Dipali Ghosh, The British Library, London; Fred Grunfeld, Mallorca, Spain; The London Library; J.P.Losty, India Office Library, London; Robin Olson, London; Victoria and Albert Museum, London.
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